In due parole...

Come Domenico vogliamo manifestare e proclamare con la nostra vita e la nostra parola, la misericordia di Dio, la liberazione e la riconciliazione di tutti gli uomini in Gesù Cristo.

Login

Home » Administrator
A+ R A-
Administrator

Administrator

Profil admin ici

San Domenico

Lunedì, 01 Dicembre 2014 18:05 Pubblicato in Statiques

Udienza 3 febbraio 2010

San Domenico

Il suo successore nella guida dell’Ordine, il beato Giordano di Sassonia, offre un ritratto completo di san Domenico nel testo di una famosa preghiera: “Infiammato dello zelo di Dio e di ardore soprannaturale, per la tua carità senza confini e il fervore dello spirito veemente ti sei consacrato tutt’intero col voto della povertà perpetua all’osservanza apostolica e alla predicazione evangelica”. E’ proprio questo tratto fondamentale della testimonianza di Domenico che viene sottolineato: parlava sempre con Dio e di Dio. Nella vita dei santi, l’amore per il Signore e per il prossimo, la ricerca della gloria di Dio e della salvezza delle anime camminano sempre insieme.

Domenico nacque in Spagna, a Caleruega, intorno al 1170. Apparteneva a una nobile famiglia della Vecchia Castiglia e, sostenuto da uno zio sacerdote, si formò in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse nello studio della Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, al punto da vendere i libri, che ai suoi tempi costituivano un bene di grande valore, per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.

Ordinato sacerdote, fu eletto canonico del capitolo della Cattedrale nella sua diocesi di origine, Osma. Anche se questa nomina poteva rappresentare per lui qualche motivo di prestigio nella Chiesa e nella società, egli non la interpretò come un privilegio personale, né come l’inizio di una brillante carriera ecclesiastica, ma come un servizio da rendere con dedizione e umiltà. Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa? Lo ricordavo qualche mese fa, durante la consacrazione di alcuni Vescovi: “Non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo come le cose nella società civile, e, non di rado nella Chiesa, soffrono per il fatto che molti di coloro ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità” (Omelia. Cappella Papale per l’Ordinazione episcopale di cinque Ecc.mi Presuli, 12 Settembre 2009).

Il Vescovo di Osma, che si chiamava Diego, un vero e zelante pastore, notò ben presto le qualità spirituali di Domenico, e volle avvalersi della sua collaborazione. Insieme si recarono nell’Europa del Nord, per compiere missioni diplomatiche affidate loro dal re di Castiglia. Viaggiando, Domenico si rese conto di due enormi sfide per la Chiesa del suo tempo: l’esistenza di popoli non ancora evangelizzati, ai confini settentrionali del continente europeo, e la lacerazione religiosa che indeboliva la vita cristiana nel Sud della Francia, dove l’azione di alcuni gruppi eretici creava disturbo e l’allontanamento dalla verità della fede. L’azione missionaria verso chi non conosce la luce del Vangelo e l’opera di rievangelizzazione delle comunità cristiane divennero così le mète apostoliche che Domenico si propose di perseguire. Fu il Papa, presso il quale il Vescovo Diego e Domenico si recarono per chiedere consiglio, che domandò a quest’ultimo di dedicarsi alla predicazione agli Albigesi, un gruppo eretico che sosteneva una concezione dualistica della realtà, cioè con due principi creatori ugualmente potenti, il Bene e il Male. Questo gruppo, di conseguenza, disprezzava la materia come proveniente dal principio del male, rifiutando anche il matrimonio, fino a negare l’incarnazione di Cristo, i sacramenti nei quali il Signore ci “tocca” tramite la materia, e la risurrezione dei corpi. Gli Albigesi stimavano la vita povera e austera – in questo senso erano anche esemplari – e criticavano la ricchezza del Clero di quel tempo. Domenico accettò con entusiasmo questa missione, che realizzò proprio con l’esempio della sua esistenza povera e austera, con la predicazione del Vangelo e con dibattiti pubblici. A questa missione di predicare la Buona Novella egli dedicò il resto della sua vita. I suoi figli avrebbero realizzato anche gli altri sogni di san Domenico: la missione ad gentes, cioè a coloro che ancora non conoscevano Gesù, e la missione a coloro che vivevano nelle città, soprattutto quelle universitarie, dove le nuove tendenze intellettuali erano una sfida per la fede dei colti.

Questo grande santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa deve sempre bruciare un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare il primo annuncio del Vangelo e, dove necessario, ad una nuova evangelizzazione: è Cristo, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare! Ed è consolante vedere come anche nella Chiesa di oggi sono tanti – pastori e fedeli laici, membri di antichi ordini religiosi e di nuovi movimenti ecclesiali – che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo!

A Domenico di Guzman si associarono poi altri uomini, attratti dalla stessa aspirazione. In tal modo, progressivamente, dalla prima fondazione di Tolosa, ebbe origine l’Ordine dei Predicatori. Domenico, infatti, in piena obbedienza alle direttive dei Papi del suo tempo, Innocenzo III e Onorio III, adottò l’antica Regola di sant’Agostino, adattandola alle esigenze di vita apostolica, che portavano lui e i suoi compagni a predicare spostandosi da un posto all’altro, ma tornando, poi, ai propri conventi, luoghi di studio, preghiera e vita comunitaria. In particolar modo, Domenico volle dare rilievo a due valori ritenuti indispensabili per il successo della missione evangelizzatrice: la vita comunitaria nella povertà e lo studio.

Anzitutto, Domenico e i Frati Predicatori si presentavano come mendicanti, cioè senza vaste proprietà di terreni da amministrare. Questo elemento li rendeva più disponibili allo studio e alla predicazione itinerante e costituiva una testimonianza concreta per la gente. Il governo interno dei conventi e delle provincie domenicane si strutturò sul sistema di capitoli, che eleggevano i propri Superiori, confermati poi dai Superiori maggiori; un’organizzazione, quindi, che stimolava la vita fraterna e la responsabilità di tutti i membri della comunità, esigendo forti convinzioni personali. La scelta di questo sistema nasceva proprio dal fatto che i Domenicani, come predicatori della verità di Dio, dovevano essere coerenti con ciò che annunciavano. La verità studiata e condivisa nella carità con i fratelli è il fondamento più profondo della gioia. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano” (Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]).

In secondo luogo, Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa “dimensione culturale” della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate.

Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda “gioia interiore” nel contemplare la bellezza della verità che viene da Dio, verità sempre attuale e sempre viva. Il motto dei Frati Predicatori - contemplata aliis tradere – ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tale verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione.

Quando Domenico morì nel 1221, a Bologna, la città che lo ha dichiarato patrono, la sua opera aveva già avuto grande successo. L’Ordine dei Predicatori, con l’appoggio della Santa Sede, si era diffuso in molti Paesi dell’Europa a beneficio della Chiesa intera. Domenico fu canonizzato nel 1234, ed è lui stesso che, con la sua santità, ci indica due mezzi indispensabili affinché l’azione apostolica sia incisiva. Anzitutto, la devozione mariana, che egli coltivò con tenerezza e che lasciò come eredità preziosa ai suoi figli spirituali, i quali nella storia della Chiesa hanno avuto il grande merito di diffondere la preghiera del santo Rosario, così cara al popolo cristiano e così ricca di valori evangelici, una vera scuola di fede e di pietà. In secondo luogo, Domenico, che si prese cura di alcuni monasteri femminili in Francia e a Roma, credette fino in fondo al valore della preghiera di intercessione per il successo del lavoro apostolico. Solo in Paradiso comprenderemo quanto la preghiera delle claustrali accompagni efficacemente l’azione apostolica! A ciascuna di esse rivolgo il mio pensiero grato e affettuoso.

Cari fratelli e sorelle, la vita di Domenico di Guzman sproni noi tutti ad essere ferventi nella preghiera, coraggiosi a vivere la fede, profondamente innamorati di Gesù Cristo. Per sua intercessione, chiediamo a Dio di arricchire sempre la Chiesa di autentici predicatori del Vangelo.


 

Chi sei, Caterina ?

Domenica, 29 Aprile 2012 00:00 Pubblicato in Predicazione

 1

Chi sei Caterina

che il nome tuo mai non si slega

dal Nome di Cristo crocifisso?

 

Son colei che non è

Perché il dolce Verbo

è Colui che è.

Ricreata dalla smisurata carità sua

Con Sangue sparto con fuoco d'amore

altro voler non posso che ciò Egli vuole

e nient'altro amare

che l'umile e immacolato Agnello

 

 

 

2

Chi sei Caterina,

tu che dici

la mia natura è fuoco?

 

Son scintilla del Fuoco

che arde e non brucia,

infiamma e non consuma

Sono arbore d'amore

per soave innesto nell'Albero della vita

Son vasello d'argilla

Tra le mani del Vasaio,

dolcissimo Amore,

Che per forza d'amore

Nascose la divinità sua con umiltà

Nella cenere della nostra umanità

 

 

 

 

3

Chi sei Caterina,

che sempre ardi e desideri,

eppur nel mare pacifico dell'etterna Trinità

ogni creatura sembri dimenticare?

Sono candela

Che al Sole eucaristico si accende

Inebriata del sangue di Cristo

Nascosta nel costato suo

mi nutro in su la mensa

della santa Croce

servita dalla mano dell'Amore,

clemenza di Spirito Santo

 

 

4

Chi sei Caterina

che a noi insegni la strada della conoscenza

e all'uomo che in modo oscuro vede,

prigioniero delle tenebre,

dici Chi è Verità?

 

Del cuore mio ho fatto una cella

E della cella un cielo

Il Libro è aperto

E la memoria s'empie dei benefici

della etterna deità

 

Il caldo del sangue ha dissipato

ogni nuvola d'orgoglio

La caverna del Costato suo

per me è casa e riposo

Così conobbi la mia natura esser fuoco

e l'intelletto mio, alluminato,

in verità conobbe

e la volontà mia si spense e riaccese

al fuoco dolce della carità

 

 

 

 

5

Chi sei Caterina,

che pur sempre dicendo voglio

volasti sulle ali dell'obbedienza?

 

 

Tagliare e non slegare

è la forza dell'amore.

Pellegrina sostenuta

dal bastone della croce

Solo il termine mi attira

per godere dell'eterna sua Bellezza

 

Ma non sola: altri cristi vo cercando

per coloro che non bussano alla porta

della sua misericordia

Per obbietto ho l'Agnello

che per me s'è fatto strada e vincitore

Scoppia il cuore

perché ovunque si volga

Solo può vedere amore.

 


6

Chi sei Caterina

che attraversi i secoli

e oggi come ieri ci dici

se foste ciò che dovete essere mettereste fuoco?

 

 

Fatta una con Cristo ponte

Per la Chiesa, dolcezza dell'anima mia,

e per il dolce Cristo in terra

ancora voglio portare

sempre offrendo la vita mia

Del dolce Verbo incarnato

sempre voglio cantare

la follia dell'amore

E all'uomo ricordare della Trinità

L'eterno sigillo


 

7

Chi sei per noi Caterina?

 

 

Vi sono Madre e sorella

Di certa e spirituale presenza

a voi più utile presso il Padre

dell'etterna misericordia

Le grazie sue che su me Egli versò

a voi saran donate

accioché come candelabri

la navicella della santa chiesa

illuminate

 

 

Grazia, grazia sia all'Altissimo Dio eterno

che ci ha posti nel campo della battaglia a combattere

per la gloria sua e la salvezza dell'anime nostre

 

Grazia perché ci ha dato di donare

il sangue per amore del Sangue

nel giardino della Santa Chiesa.

 

Altro non dico permanete nella dilezione di Dio

e mai non slegatevi

dal Nome dolce di Maria e di Gesù amore.


Santa Caterina - Roma

Il circo della farfalla

Giovedì, 19 Aprile 2012 15:16 Pubblicato in Predicazione
"Dice il Signore: ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano. Sei prezioso ai miei occhi e ti amo"
(dal profeta Isaia)

Beato Angelico (1455)

Sabato, 07 Aprile 2012 19:34 Pubblicato in Santi di ieri...

 BeatoAngelico


«Chi fa cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre».


Questo è il motto che amava ripetere Fra Giovanni da Fiesole, insignito dell’epiteto di «Beato Angelico» per la perfetta integrità di vita e per la bellezza quasi divina delle immagini dipinte, e in grado superlativo quelle della Beata Vergine Maria.
 
Di sentimenti orientato alla vita religiosa, ancora giovinetto domandò di essere accettato tra i Frati Predicatori che, per il tenore rigoroso di condotta, erano chiamati Osservanti, e che dimoravano a Fiesole nel convento di S. Domenico.

Mentre compiva con massima diligenza le mansioni che i Frati e i Superiori gli avevano affidato, si divulgava a largo raggio la fama della sua egregia arte di pittore: per questo anche le opere di pennello gli venivano commesse con un ritmofrequente e incalzante. Tra le prime produzioni non si possono dimenticare: l’Annunciazione di Cortona; l’Incoronazione della B.M.V. nel convento di Fiesole; la Deposizione di Cristo, eseguita per la chiesa della SS. Trinità in Firenze; pitture che, se prestiamo fede al Vasari, parevano di mano di un Santo o di un Angelo.

Eugenio IV, Pontefice Massimo, avendo partecipato nel 1443 all’inaugurazione della chiesa nel convento di S. Marco, riportò moltissima ammirazione per la sua arte, e nel 1445 lo fece venire a Roma con l’incarico di dipingere una cappella nel tempio di S. Pietro, e un’altra cappella nel PalazzoVaticano, detta del SS. Sacramento: «Questa cappella – dice uno scrittore anonimo - era un vero Paradiso, dalle figure delineate con somma grazia e bellezza». Mentre Fra Giovanni esercitava l’arte pittorica nel tempio di S. Pietro e nel Palazzo Vaticano, Eugenio IV ebbe ampia possibilità di stimare ad altissimo livello non solo l’egregio artista dotato di meravigliosa capacità, ma specialmente la pietà del Religioso, la sua osservanza della Regola, il sentire umile e dimentico di se stesso. Perciò, dovendo nel 1446 dare un nuovo Pastore alla Chiesa di Firenze, propose quel nobile ufficio al piissimo frate; ma questi lo declinò con atteggiamento modesto, credendosi per nulla all’altezza; e consigliò di scegliere per tale dignità Fra Antonino Pierozzi, idoneo in tutto per virtù e dottrina a reggere quella diocesi.

Anche Nicola V, successore di Eugenio IV, uomo raffinatissimo e amante della cultura umanistica, nutrì un’opinione eccellente di Fra Giovanni: in realtà «onorò e venerò un personaggio così degno, per la sua integrità di vita e per la superiorità di modi virtuosi». Per questa ragione Nicola V, nel 1447, gli dette il compito di affrescare la sua cappella privata; che portò a termine con rappresentazioni degli atti e dei fatti di S. Stefano e di S. Lorenzo, senza venir meno alla propria arte tipica, che si può definire un’autentica preghiera espressa con i colori.

Morì a Roma il 18 febbraio 1455, nel convento di S. Maria sopra Minerva, sigillando un’esistenza lodevole per arte rinomata, e ancora più abbellita da virtù umane e religiose. Il suo corpo fu sepolto nel tempio di S. Maria sopra Minerva.

La grazia e l’indole celestiale nelle sue figure sacre sono frutto di somma armonia tra vita santa e forza creatrice in lui attuata. Questo è fuori dubbio il solo motivo per cui ricevette il soprannome di «Angelico», uomo certamente quasi unico nell’arte e fuori confronto con gli altri.

È allora evidente che Fra Giovanni, ponendo a servizio dell’arte i doni privilegiati della sua natura, ha procurato e tuttora procura un’immensa utilità spirituale e pastorale al popolo di Dio, facilitandolo nel cammino verso Dio. In verità Fra Giovanni, uomo eccezionale per spiritualità e per arte, ha sempre attirato moltissimo la nostra simpatia; riteniamo quindi che è giunto il momento di collocarlo in luce speciale nella Chiesa di Dio, alla quale non cessa ancora oggi di parlare con la sua arte celestiale.

 

Da Roma, presso S. Pietro, il 3 ottobre 1982, anno quarto del Nostro Pontificato.

 

GIOVANNI  PAOLO  II