In due parole...

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Una vita per i “portatori della Parola di Dio”

Così Padre Giuseppe Girotti, domenicano, chiamava i suoi fratelli “maggiori”, gli ebrei.

girotti 1Come in vita operò nella discrezione e nel silenzio, a volte forzato, così anche dopo la sua morte a Dachau, sembra continuare il suo umile nascondimento. Pochi sanno di lui, eppure il suo nome nel 1995, 50° anniversario della sua morte, viene dichiarato a Gerusalemme “Giusto fra le genti”.

Il “Giusto fra le genti” è la stessa persona che fu arrestata nel “44 a  tradimento per aver aiutato il “nemico” di quel periodo storico così turbolento.

Ma chi è questo domenicano nato ad Alba il 19 luglio 1905, vissuto tra Chieri e Torino, dopo aver profondamente studiato la Parola dapprima all’Angelicum a Roma, quindi  presso la celebre scuola Biblica di Gerusalemme, finendo la sua breve, ma quanto intensa vita nel lager di Dachau il giorno di Pasqua del 1 aprile 1945?

Debbo limitarmi a tre caratteristiche che possono illuminare almeno in parte la sua poliedrica e ricca personalità: uno studioso appassionato della Parola di Dio che trasmetteva con ardore nell’insegnamento; un uomo che sembra essere “dono di sé” fino a dare la propria vita per i poveri e i perseguitati; un frate fuori dagli schemi , ma profeta di riforme provocate Concilio. Era scherzoso, fraterno, ogni aiuto passava prima del silenzio regolare e portava l’ abito non sempre con la dovuta austerità; aveva un esprimersi un po’ canzonatorio che a volte dava la possibilità di credere che volesse irridere certi antichi modi di fare che non potevano, secondo lui ed altri, irretire la libertà domenicana.

E’ sempre stato capace di sorridere alla vita anche nel dolore e nelle umiliazioni più grandi. Giorno dopo giorno attingeva forza dalla sua fedele cristallina, purificata nel silenzio di una obbedienza spesso dolorosa. Forti amicizie furono il suo sostegno per seguire il suo Maestro fino a Gerusalemme, che per Padre Giuseppe si chiamerà Dachau: lì la sua vita si consuma come un cero pasquale. Ascoltiamo la testimonianza di un sacerdote missionario, un tempo suo allievo: “Nei miei passaggi in convento a S. Domenico di Torino, durante le ferie, mi chiedeva sempre del denaro per i suoi poveri”.

E poveri per P. Girotti era ogni persona si trovasse in difficoltà sia per privazione materiale o perché braccata solo per la sua razza e religione: il grande dolore che la guerra ovunque,diffondeva trovava in Padre Guiuseppe un’eco eco di compassione che altro non era che l’attualizzazione di quella propria a S. Domenico. Era innamorato della Parola e la sua vasta cultura non inaridiva il suo cuore, anzi la Parola incarnata era il segreto di quella affermazione spesso detta per scusarsi dell’ennesimo ritardo in convento: “Tutto quello che faccio è solo per carità” e i suoi occhi brillavano di interiore letizia.

Non entro nei dettagli dei difficili anni di incomprensione con le diverse autorità del suo ordine: era un momento storico – politico difficile per tutti. Anche ai più alti responsabili pareva che disciplina e osservanza ferree dessero tono e sicurezza all’Ordine. Mi preme ricordare, però, come, qualche decennio dopo, subito dopo il Concilio Vaticano II°, il Maestro dell’Ordine Aniceto Fernadez riformasse le varie Province proprio nella linea del “pericoloso e insubordinato gruppo” del Girotti. “E’ così che si fanno i santi”, affermerà il Cardinale Pizzardo.

Ma Giuseppe Girotti sempre rimase simile a se stesso: tutto di Cristo e tutto ai fratelli a costo di qualsiasi rischio interno o esterno. Quando, dopo essere sospeso dall’insegnamento allo Studium di Santa Maria delle rose a Torino, fu chiamato ad insegnare presso i futuri Missionari della Consolata. Vale la pena ascoltare almeno una testimonianza di un suo allievo missionario che senza esitazione afferma: “Un pozzo di scienza, al servizio della S. Scrittura di cui si presentava come divulgatore di uno spirito nuovo…. Il suo dire era piano, la sua scienza agguerrita e quando si lasciava prendere dall’ebraico e dal greco era troppo alto… Ma scendeva tosto, quasi se ne scusava, diceva:”Queste cose non fanno per voi che dovete andare in Africa ad annunciare il Vangelo”. E riprendeva la Parola di Dio come cibo, amore, vita.”

Pubblicò grandi opere di commento ad alcuni Libri della Sacra scrittura. Ne ricevette l’encomio persino dalla Santa Sede. Molto ci sarebbe da dire di questa vita apparentemente solo fatta di quotidianità, del più grande nascondimento. L’amore per i debole, già tanto sottolineato, fu l’amo incarcerarlo: un partigiano gravemente ferito richiedeva l’aiuto di una persona di fiducia: Girotti era quella giusta. Non occorreva altra motivazione ed ecco Padre Girotti nella macchina della morte che lo porterà al rifugio che lui stesso aveva procurato al prof. Diena.

Inutilmente e con grande dolore il suo Priore tentò ogni strada,finché era ancora in Italia, per ottenere la sua liberazione. Ma tutti sappiamo quanto aspro di vendetta fu quel triste periodo dopo l’armistizio del 1943.

Ma quale l’accusa per meritare una sì incommensurabile punizione. Leggiamo nei registri di Dachau: accusa: aiuto agli ebrei.

Anche nel lager si distinse per il suo entusiasta amore della Parola che continuava a commentare e predicare come poteva. Continuò la sua concreta carità privandosi molte volte del magro cibo per chi più giovane o meno ammalato di lui forse poteva farcela.

Nella baracca 26, riservata agli ecclesiastici erano 1090, 180 sarebbe stato il massimo…

Il lavoro nel Plantare minò definitivamente la sua salute. Morì forse “aiutato” da una venefica puntura come era abitudine (una bocca in meno da sfamare!) il giorno di Pasqua. Subito si sparse la voce della morte del domenicano “caro a tutti per la sua umiltà e modestia” come affermò nell’elogio funebre P. Leonard Roth il 3 aprile del 1945. Fanno eco a questa testimonianza le parole di un suo compagno di prigionia che lo ricorda come “il mite, umile e sereno P. Girotti …”

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Elena Ascoli op (da “I Martedì” di Bologna)

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