In due parole...

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una separazione

Nader e Simin si stanno separando. L'incipit li vede l'uno a fianco dell'altra eppur lontani, divisi dal muro di parole e recriminazioni che si vomitano addosso, a esporre le motivazioni che li hanno condotti a tale scelta. L'inquadratura, una soggettiva del giudice che deve vagliare l'istanza di divorzio, collocando lo spettatore nella sua stessa posizione, sembra investirlo di un ruolo analogo, quello di soppesare ragioni e torti e cercare di emettere un verdetto il più giusto possibile, misurando anche le parole stesse del funzionario la cui voce over, pur fredda e distaccata, è solo apparentemente imperturbabile ed equidistante (Simin afferma che tra i motivi che la stanno spingendo ad andare all'estero c'è il non volere che la figlia continui a vivere "in queste condizioni"; alla richiesta vagamente circospetta del burocrate di precisare la natura di queste condizioni la donna oppone un prudente e remissivo silenzio). L'obiettività di giudizio, in una manciata di minuti, si rivela territorio sdrucciolevole, pura chimera con l'evolversi e inspessirsi dell'intrigo. Lo sguardo abbandona la frontalità (che ritornerà solo nel finale, ma carica di un senso altro) per tuffarsi nel vivo delle fratture, in un corpo a corpo della macchina da presa con le ragioni (legittime) di tutti, le inquadrature addensandosi di una pluralità di punti di vista difficilmente conciliabili, la verifica della verità (sempre e comunque parziale) rivelandosi pratica impervia. La separazione del titolo, singola, ne rivela altre, alla prima concatenate in un sistema implacabile di scatole cinesi, separazioni che sono umane, sociali, di genere, culturali. Politiche, dunque.

 Con Una separazione, film trionfatore all'ultimo festival di Berlino dove oltre al premio massimo, l'Orso d'Oro, ha anche vinto quelli d'argento per l'insieme del cast maschile e femminile, e agli Oscar ha vinto il miglior film straniero, il regista Asghar Farhadi intensifica ed affina metodo ed esito già all'opera nel precedente e pregevole About Elly. Setting ordinario: un appartamento borghese, corridoi e aule del tribunale, sale d'attesa ospedaliere, le trafficatissime strade della città, l'abitazione scalcinata di una coppia proletaria, situazione quotidiana (le incombenze e nuove disposizioni casalinghe seguenti alla rottura tra coniugi e in presenza di un anziano ammalato), evento drammatico e improvviso (la lite tra Nader e Razieh) che fa esplodere i conflitti fino ad allora sopiti, dipanando per progressivi aggiustamenti delle angolazioni di visione una ragnatela di pensieri, parole e azioni sempre più inestricabile e soffocante.

Messa in scena concitata, di scoperta fisicità e trattenuta aggressività, governata da una mobile e nervosa camera a mano, che aderisce totalmente ai personaggi in campo, ad essi mai superiore. Gestione della tensione di impressionante controllo, all'interno di spazi fisici e mentali sempre più angusti (scomposti da una teoria di pareti, porte, finestre, vetri opachi), al limite del rilascio esplosivo (il parabrezza infranto del prefinale). Utilizzando strategicamente l'ellissi (fuori campo avvengono i due eventi cruciali su cui s'imbastisce una rete di illazioni e congetture, costringendo lo spettatore a ripensare e reinterpretare sequenze già viste), il regista traccia una mappa tortuosa di scorciatoie e impasse morali, sottili prevaricazioni e violenze sotterranee (la confessione che l'insegnante di Termeh cerca di estorcere alla piccola figlia di Razieh), verità paralizzanti e inevitabili menzogne. I codici (giuridici e religiosi) saltano, inapplicabili a un materiale umano così magmatico, i concetti di giusto e sbagliato continuamente riperimetrati, lo statuto della verità messo in discussione ad ogni svolta del racconto.

Farhadi non ha bisogno, come altri colleghi, di ricorrere a stratagemmi per aggirare la censura. Il suo cinema non affronta apertamente questioni politiche, pur essendo eminentemente politico: le aporie del sistema iraniano anziché essere additate sono parte integrante e inscindibile di un dramma borghese che si fa tragedia lacerante e senza catarsi della coscienza e delle responsabilità. La lettura metaforica è possibile ma mai sottolineata né pretesa. Il complesso scenario umano e sociale squadernato in Una separazione mostra l'Iran dilaniato al suo stesso interno dallo scontro sociale e culturale e da questo immobilizzato, la generazione di mezzo, relativamente agiata e di buoni studi, impantanata tra desideri di fuga e attaccamento alla tradizione, impossibilitata a disfarsi del corpo muto e ingombrante dei padri, proiettante ansie di modernità e rovelli etici sulla generazione dei figli. Le derive quasi kafkiane della giustizia in uno stato confessionale, la forza ineludibile dei condizionamenti religiosi, il ruolo slittante della donna (mai totalmente subalterna, più lungimirante dell'uomo, mai assoluta protagonista nonostante il futuro sia femmina) non si cristallizzano in rigido manifesto. Diversamente da About Elly il registro simbolico non si sovrappone alle modulazioni di un racconto esistenziale, a una sostanza universalmente drammatica, ma ne costituisce naturale stratificazione di senso.

Sarà infine la giovane Termeh, al termine di un aspro e duro percorso di perdita dell'innocenza, a dover emettere una sentenza, le piccole spalle gravate di un fardello insostenibile. L'impossibilità di una risoluzione piena e soddisfacente si fa segno grafico sul corpo della pellicola stessa, incidendosi sui titoli di coda come ulteriore barriera separatrice tra gli sguardi che si cercano e si sfuggono dei due genitori, in attesa di una risposta che rimane dolorosamente esitante, fuori scena, in dilaniante stallo.

Michele Favara

Recenzione tratta da: http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=3911

Ultima modifica il Martedì, 03 Luglio 2012 12:41
Sr Catherine Elisabeth

Sr Catherine Elisabeth

"Noi crediamo che la grazia di Dio consiste proprio in questo suo volersi lasciar conquistare dall'uomo, in questo suo consegnarsi, per così dire, a lui. Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l'uomo: ecco il mistero della nostra esistenza. Dio entra là dove lo si lascia entrare. " (Martin Buber, Il cammino dell'uomo)

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