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Laudare, Praedicare, Benedicere

Lettera sulla celebrazione della Liturgia delle Ore

31 maggio 2012

Visitazione della Beata Vergine Maria

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Miei cari fratelli e sorelle,

«Dove andate, messer Enrico? Vado - dice lui - alla casa di Betania» (Libellus 75). »Lì subito ci spogliammo dell'uomo vecchio e rivestimmo l'uomo nuovo, realizzando in noi ciò che i loro canti dicevano di fare». Era il giorno delle Ceneri e i frati Enrico, Leone e Giordano entrarono nell'Ordine, "casa dell'obbedienza". In tal modo essi inscrivevano la loro vocazione di frati predicatori nella dinamica della salita verso la Pasqua, e la radicavano nella celebrazione comune della liturgia.

All'inizio del "tempo ordinario", dopo la celebrazione della Pasqua e della Pentecoste, è alla luce di questo episodio della vita dei nostri primi frati che vi invio questa lettera sulla nostra celebrazione comune della liturgia (ACG Roma 2010, n. 79).

Non mi soffermerò sulla necessità, e sulla nostra promessa, di celebrare insieme la liturgia delle ore: ognuno di noi conosce le costituzioni dell'Ordine e le lettere di promulgazione dei diversi libri liturgici del Proprium O.P. e inoltre ognuno di noi ha già fatto l'esperienza di che cosa può rappresentare nella sua vita la mancanza di fedeltà a questa celebrazione. Edificando la nostra vita regolare personale e comunitaria sulla base della celebrazione comune, facciamo la scelta di non sottomettere la costruzione paziente dell'unità della nostra comunità all'arbitrio del soggettivismo dei singoli.

Non vorrei neppure insistere sui modi di questa celebrazione: itinerando nell'Ordine da un anno e mezzo, ho potuto constatare come i modi possano essere diversi, ma anche come l'unità di una comunità e di una provincia si può tessere a partire dalla cura apportata alla celebrazione liturgica. Abbiamo bisogno di celebrazioni curate, dal momento che abbiamo in comune di attingere la gioia da celebrazioni di qualità anche quando sono semplici, mentre invece usciamo stanchi, tesi e talora scoraggiati da celebrazioni pesanti, rese tali o da un eccesso di formalismo ovvero da un eccesso di disinvoltura. In questi due casi, il centro della celebrazione rischia di essere spiazzato, e noi rischiamo di lasciare Cristo per rivolgerci verso noi stessi.

Vorrei piuttosto richiamare due evidenze semplici, per quanto radicali.

La prima è che la celebrazione comune è come una serie di segnali indicatori che mostrano ciò che vogliamo che sia la nostra vita, consacrata alla predicazione: un cammino di conversione, dalle Ceneri alla luce della Risurrezione, un passaggio dall'uomo vecchio all'uomo nato di nuovo per la grazia del soffio di vita del Risorto.

La seconda evidenza fa eco all'espressione riportata dal beato Giordano: la celebrazione comunitaria è il luogo in cui possiamo attingere alla sorgente dell'obbedienza, obbedienza al mistero della Parola che viene ad "abituarsi" all'uomo di modo che l'uomo impari ad abituarsi a Dio. Celebrazione comune di questa Parola alla quale abbiamo domandato la grazia di essere consacrati (Consacrali nella Verità, la tua Parola è verità), la celebrazione allora ben si rivela come la fonte della nostra obbedienza alla chiamata alla "predicazione". alla "evangelizzazione della Parola di Dio", e in questo modo come la fonte della nostra unità.

Casa dell'obbedienza, la celebrazione liturgica ci invita a lasciarci afferrare, sempre di nuovo, da questa chiamata all'unità, considerata da tre punti di vista.

Celebrazione dell'unità nella Parola

Ciascuno di noi, quando ha sentito la convinzione interiore di donare la propria vita per la predicazione nel nostro Ordine, nello stesso tempo ha provato la gioia di poter pregare con dei fratelli e delle sorelle, di ascoltare con loro la Parola e di lasciarla venire dentro di sé ed abitare progressivamente le sue stesse parole, di benedire e di implorare Colui che incessantemente viene al cuore stresso dell'umanità.

Di norma noi preghiamo in coro, ordinati intorno allo spazio centrale, che è vuoto, proprio come aperto per accogliere Colui che viene.

Non andiamo in coro per adempiere un dovere a cui ci siamo impegnati: noi ci riuniamo in coro per attendere insieme Colui che viene, per accoglierlo e soprattutto per imparare a riconoscerlo.

La celebrazione liturgica deve essere l'occasione, ripetuta più volte nella giornata e insieme ai fratelli, perché la Parola possa decentrarci da noi stessi, possa impadronirsi di noi, impossessarsi del nostro desiderio di offrire la vita per offrirla ancora meglio, ben più di quanto sapremmo farlo da soli. La celebrazione, ripetuta ogni giorno e ad ogni Ora, ci da il coraggio di esporci all'ascolto della Parola, a sentire le parole della Scrittura e la preghiere della tradizione, ad abituarci alla familiarità che la Parola vorrebbe avere con noi, a discernere attraverso le parole della Scrittura il volto del Figlio che si rivela, la fonte stessa dell'obbedienza. Abbiamo bisogno, sempre, di ritrovare le nostre forze e di riprender animo ed è proprio nel mistero della liturgia che noi sappiamo di poterlo fare, o meglio di poter implorare il Signore di farlo in noi.

Ma qual è l'opera della grazia che si realizza in noi, individualmente e insieme, attraverso la celebrazione liturgica?

Oserei dire, per prima cosa che ogni celebrazione dell'ufficio ci conduce ad ancorare di nuovo la nostra vita in quei gesti che furono quelli della nostra professione.

«Che cosa chiedi? La misericordia di Dio, e la vostra». Chi di noi non si è sentito vivamente commosso dall'inizio della celebrazione della Compieta in cui, facendo eco alla domanda che precede la professione, ognuno si mette nella verità alla presenza di Dio, aiutato dal desiderio di mettersi nella verità alla presenza dei fratelli, e riceve l'assicurazione della misericordia e del perdono che permettono l'audacia di risollevare lo sguardo? D'altronde ogni Ora non comincia con la richiesta dell'aiuto di Colui che solo può sostenere la nostra vita, la nostra fraternità, la nostra predicazione?

Lo sappiamo tutti, ci sono talvolta delle giornate di cui non andiamo fieri, delle giornate in cui avremmo desiderato essere più giusti, più vicini, più attenti, meno soddisfatti di quello che facciamo senza aspettarci ben di più dal Signore. Ci sono delle giornate in cui l'entusiasmo degli inizi, la radicalità delle risposte, la generosità del dono di sé appaiono ben lontani. La preghiera delle Ore, la "santificazione delle Ore", è un atto di fede nella Presenza di Dio che nonostante le nostre cadute non viene a mancare.

Noi celebriamo questa certezza, dossologia dopo dossologia, inclinazione dopo inclinazione. «Álzati», ci è stato risposto il giorno della professione, «álzati» ha potuto sentirsi dire il beato Giordano lasciando l'uomo vecchio per rivestire l'uomo nuovo.

L'intuizioni di questi giovani che andavano alla casa di Betania, ci indica che il cammino che ci si apre il giorno della professione, prende la figura di un cammino che ci conduce alla Pasqua. La celebrazione liturgica delle Ore inscrive il mistero pasquale nel cuore della più semplice banalità delle nostre giornate e avvolge il nostro tempo in un tempo che ci sorpassa e che insieme ci genera a noi stessi.

Tempo della promessa dell'alleanza, ascoltata nelle Scritture e cantata dai Salmi e che ci da le parole per familiarizzare con questa Presenza che in ogni istante si rivolge a noi perché noi le rispondiamo. Tempo della presenza di Cristo, riconosciuto alla luce di quelli che furono i primi testimoni della sua Presenza e del suo mistero. Tempo dell'umanità che, riconoscendolo, osa con i discepoli di Emmaus implorarlo perché resti con sé.

Se noi celebriamo giorno dopo giorno, e durante ogni giorno, la liturgia delle ore, è perché il nostro tempo si sentirsi afferrato realmente e con forza da questa Presenza e si dispieghi per essere l'eco di questo mistero.

Rivestire l'uomo nuovo non vuol dire altro che lasciare che il mistero di Cristo prenda il posto dell'abito dell'uomo vecchio.

Lo sappiamo bene, la tradizione dell'Ordine insiste (e le Costituzioni lo richiedono) affinché al centro della liturgia delle Ore i frati celebrino l'Eucaristia e che lo facciano insieme nella Messa conventuale. Dobbiamo riconsiderare la forza di questa esigenza, che d'altro canto molti sottolineano nella predicazione di ritiri a comunità di religiosi: la comunione fraterna si radica, trova il suo vigore e la sua forza nella celebrazione comunitaria dell'Eucaristia.

Per il loro ministero, può ben darsi che i frati celebrino la messa in parrocchia o con questo o quel gruppo... ma deve restare centrale la questione della celebrazione comunitaria dell'Eucaristia, non come la celebrazione possibile per ogni prete che non ha l'occasione di celebrare la "sua" messa, ma piuttosto come invito pressante a tutti i frati, preti o no, di ricevere la propria vita, ricevere il dono che si fa di se stessi, dalla condivisione eucaristica con i confratelli.

Resta con noi, Signore... Che Egli ci spieghi, insieme, le Scritture e faccia ardere i nostri cuori, impazienti di seguirlo nell'itineranza apostolica! Impazienti di vivere davvero insieme, radicando la nostra predicazione nell'unità di una comunità di fratelli ricevuta giorno per giorno dal Pane spezzato e dal Calice condiviso.

Celebrazione dell'unità nella fraternità

La celebrazione della liturgia delle Ore deve essere un avvenimento nella fraternità.

Gli anni e i secoli passano, forse la celebrazione liturgica ha progressivamente preso la figura di un'osservanza, di un aspetto della vita regolare di cui abbiamo fatto professione, di un rito formale che bisogna adempiere come se dovessimo spuntare una casella della check-list della giornata.

Ma se, nella celebrazione delle Ore, noi celebriamo l'avvicinarsi della Pasqua (e quando noi mettiamo la salma di un frate che è appena morto in mezzo al coro nell'attesa dei funerali non è tanto per significare che è ancora in mezzo a noi quanto piuttosto per affidare chi non è più con noi a Colui che viene in mezzo a noi, affinché lo porti nella sua Pasqua), eccoci allora lontani da ogni formalismo e dall'obbligo di compiere un rito, di "dire l'ufficio". È la Pasqua che deve spingerci a venire all'ufficio, è il mistero della vita donata sempre di nuovo che ci deve rendere impazienti di questo incontro, è la gioia della fraternità sigillata dalla comunione eucaristica che ci riunisce per celebrare insieme la speranza nella venuta della Parola di salvezza.

In fondo, noi celebriamo la venuta della Parola come segreto, sorgente e fondamento della nostra fraternità. Ritrovarsi in coro diverse volte al giorno, non vuol forse dire offrire a noi stessi la possibilità di far memoria di questo mistero insondabile della grazia? Si rivolge al mondo, e a noi, e ci dà la forza e le parole per osare a nostra volta di rivolgerci a Lui. Lasciamo perdere i nostri discorsi, la nostra sapienza e tutto ciò che crediamo di conoscere così bene, per lasciarlo parlare.

Diverse volte al giorno dobbiamo pregare il mistero del ritrovamento nel tempio: Egli solo è il maestro che rivela il senso delle Scritture! La celebrazione liturgica è il continuo delle nostre giornate sul quale si inscrive questa "consacrazione alla verità, che è la Parola", consacrazione che noi ci ricordiamo reciprocamente e in cui reciprocamente ci sosteniamo e ci offriamo gli uni agli altri.

La liturgia delle Ore, dice la tradizione, in qualche modo santifica a Dio il tempo cronologico; con il suo ripetersi e la sua durata consacra la "durata" interiore dell'uomo alla verità che è la Parola che viene.

In questa prospettiva le nostre Costituzioni ci invitano a fondare le nostre comunità sulla celebrazione comune del mistero eucaristico (LCO 3).

Che noi siamo stati particolarmente generosi fin dalla prima ora oppure dalla sesta, che abbiamo potuto affrontare lo scoraggiamento apostolico o personale all'ora terza o all'ora nona, c'è sempre un'ora favorevole, in cui è tempo di attingere alla fonte della vita la forza e la gioia di donare a nostra volta la vita che riceviamo, con il desiderio della salvezza del mondo ben dentro il cuore.

Certamente anche qui si possono sollevare delle obiezioni, come quella del numero delle messe da celebrare in certi ambiti apostolici o pastorali, o come quelle del rito in cui si vorrebbe celebrare. L'Ordine si fonda sulla celebrazione comune del mistero che è al cuore di ogni mistero e che deve farci rinunciare, in modo definitivo, a qualsiasi tentazione di relativismo che ci faccia preferire far valere le nostre proprie occupazioni o preferenze rispetto ai bisogni di questo fondamento comunitario.

C'è un'unità fra la celebrazione della liturgia che santifica le Ore e la celebrazione eucaristica che fonda la comunione, così come c'è un'unità, nell'andamento della vita apostolica, fra la predicazione sulle strade del mondo e il servizio di carità offerto al mondo. C'è un'unità profonda, e che ci fa vivere, fra la celebrazione liturgica delle Ore, il dialogo apostolico e lo studio paziente, dal momento che si tratta sempre di vigilare per riconoscere e accogliere il Verbo che viene.

Cercando insieme di vivere di questa unità, celebriamo la presenza in mezzo a noi di Colui nel nome del quale desideriamo proporre la speranza della salvezza.

Celebrazione di un'unità ricevuta per la salvezza del mondo

Nel cuore della fraternità radunata dalla celebrazione e per la celebrazione, non soltanto viene il Cristo, ma vi entra anche il mondo. La celebrazione è in effetti il momento in cui si coltiva nella fraternità l'amore per il mondo.

Di Domenico diciamo che parlava di Dio o con Dio, parlando a Dio della gente e alla gente di Dio. Si racconta di lui che intercedeva instancabilmente per il mondo. La celebrazione liturgica delle Ore è il luogo per eccellenza in cui le nostre comunità portano alla presenza di Dio le aspirazioni del mondo al quale siamo inviati come Predicatori.

Già le portiamo riprendendo le parole dei Salmi che esprimono con tanta pertinenza le aspirazioni degli uomini, il loro desiderio di salvezza, talora la sua incomprensione di ciò che fa la sua storia. Portiamo le aspirazioni del mondo quando, con il canto dei Salmi, facciamo nostra la storia del popolo scelto da Dio per essere un popolo per Dio e così essere nel mondo un segno della promessa che anche il mondo può diventare un "mondo per Dio".

Oserei dire che cantando la storia del popolo per Dio nel cuore del mondo noi apriamo una breccia nella storia contemporanea che permette di sollevare lo sguardo, al di là di un destino che sembra essere già segnato, al di là di ciò che appare come vicolo cieco o come ostacolo assurdo ma irremovibile nel cammino del mondo. Cantiamo la promessa di una Presenza e di una Venuta che non potrebbe adattarsi a ciò che per l'uomo è un vicolo cieco ma al contrario proietta sulle situazioni di un momento la Luce di una promessa di eternità. Cantare la liturgia ora dopo ora vuol dire far sentire nel rumore del mondo la certezza che il mondo è salvato. Per i Predicatori vuol dire mettersi ora dopo ora sotto il segno di ciò che anima la nostra consacrazione alla Parola: il desiderio della la salvezza del mondo.

Certamente questa aspirazioni del mondo noi le portiamo nella preghiera d'intercessione così importante nella nostra tradizione.

A partire dal grido di Domenico "che ne sarà dei peccatori?", l'intercessione è in effetti un tratto specifico della nostra tradizione spirituale, della nostra tradizione di preghiera. La scelta della vita apostolica porta con sé la conseguenza che noi adottiamo, facciamo nostri i pianti e le gioie del mondo, le sue speranze e i suoi scoraggiamenti, le sue certezze e i suoi dubbi. Come la consacrazione alla Parola invita a lasciare che questa si impadronisca della nostra vita, la attraversi e la sollevi per condurla al Padre, così il destino condiviso con il mondo ci deve abitare, deve guidarci a una comprensione sempre rinnovata della Promessa, ci deve far alzare lo sguardo verso il Padre per presentargli le attese e i bisogni del mondo. «Ti prego non soltanto per loro, ma per tutti quelli che per mezzo di loro crederanno».

L'accoglienza della Parola e il rivolgersi a Dio di una parola umana che vuol farsi eco della preoccupazione di Cristo per il mondo, dà origine a un doppio movimento che "ci configura" a Colui che ha aperto il cammino della vita apostolica. È la stessa cosa rivolgere al mondo la Parola di Dio a cui vorremmo essere consacrati e rivolgere a Dio le parole del mondo, le sue speranze ed i suoi bisogni. A volte siamo assai timidi nella nostra preghiera di intercessione, o ancora troppo formali: dobbiamo invece impegnarci di più in questa preghiera d'intercessione che è un tratto essenziale della scuola spirituale di Domenico, dal momento che era la preghiera di Colui che egli voleva seguire come predicatore.

Domenico ha chiesto ai suoi frati di celebrare le Ore in modo pubblico.

Così, giorno dopo giorno, le nostre comunità sono invitate a aprire la loro preghiera al mondo, a farsi eco davanti a Dio delle gioie e delle speranze, dei dolori e degli scoraggiamenti del mondo. La celebrazione liturgica è così parte pregnante della nostra missione di evangelizzazione ("allargare la Chiesa a misura del mondo"), è una dimensione del nostro ufficio di predicatori. Ringraziare e glorificare Dio per l'amore inaudito che ha donato al mondo e mediante il quale incessantemente sostiene la sua creazione. Ricevere umilmente la grazia che Dio ci accorda di poter intercedere presso di Lui per il mondo, parlargli di tutti quelli che si affidano alla nostra preghiera. Grazia che Dio ci fa di impegnare la nostra vita nel implorare da Lui la salvezza del mondo. Attraverso la preghiera di intercessione noi osiamo credere che lo Spirito, giorno dopo giorno, malgrado la goffaggine delle nostre parole e la nostra indegnità, ci configura all'immagine del Figlio che prega il Padre: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io».

In definitiva, essere sempre stupefatti nello scoprire che la celebrazione delle Ore, lasciando che il mondo faccia irruzione nella preghiera, è ogni giorno l'occasione di rendere grazie per la Presenza santificante di Dio che irrompe nel mondo. Non è forse in questo modo che noi siamo costituiti come comunità di predicatori dallo Spirito, che pazientemente ci configura all'immagine di Colui che è l'unico Predicatore? Lasciamo che sia Lui a portare al Padre la nostra maldestra preghiera e che inscriva in noi il desiderio della salvezza, per la quale ha donato la sua vita e per la quale noi vorremmo a nostra volta essere predicatori.

Allora, con Lui, saliamo ogni giorno verso la Pasqua e imploriamo lo Spirito, per predicare.

Nella festa della Visitazione

Fra Bruno Cadoré, o.p. Maestro dell'Ordine

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