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22 Gen

Recensione "The Tree of Life" (2011)

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Natura e grazia secondo Malick a cura di Marco Minniti pubblicato il 16 maggio 2011 su movieplayer.it

E’ in effetti un’opera complessa, The Tree of Life, ancor più complessa di quanto sarebbe stato lecito attendersi. Il rigore narrativo che aveva accompagnato, seppur in modi diversi, pellicole come il citato La rabbia giovane e La sottile linea rossa è qui solo un ricordo: questo nuovo film di Malick mostra una polifonia nel racconto che sembra costruita appositamente per spiazzare, suddivide l’espediente della voice over (presente praticamente in tutti i film del regista) tra personaggi ed epoche diverse in modo volutamente disomogeneo, parte dal privato e dai rapporti tesi e conflittuali di una famiglia per arrivare ad un universale che si estende oltremodo nello spazio e nel tempo, giungendo persino ai motivi della creazione e a quesiti filosofici sull’esistenza. Spiazza e stordisce, appunto, specie in quei venti minuti iniziali in cui, dopo l’annuncio di una morte e il previsto nuovo incontro (che non vedremo mai) tra padre e figlio, il personaggio di quest’ultimo inizia a rivedere la sua vita, e quella della sua famiglia, ponendosi domande sull’esistenza di Dio e sulla ragione dell’accadere degli eventi: accompagnato, in queste riflessioni, da immagini che mostrano la creazione, le stelle, il cosmo, creature primordiali e fantastiche, proiezioni di un’immaginazione non riconciliata, e forse irrimediabilmente segnata, dal passato. Motivi che Malick rende con un digitale che non avevamo ancora visto nel suo cinema, certo visivamente affascinante ma da assimilare gradualmente, specie per i suoi inserimenti non lineari nella struttura della trama.

Il motivo principale, o uno dei motivi principali, del film è il contrasto, esplicitato all’inizio, tra la natura e la grazia: laddove la prima è vista come resa alla violenza, alla brutalità e all’egoismo, ma anche a una libertà incondizionata nel vivere l’amore, mentre la seconda è programmatica rinuncia, rigore, controllo ma anche garanzia di una vita che acquisti un senso. Il profondo senso di religiosità che permea tutto il film, rigorosamente protestante e improntato a una visione della predestinazione che acquista il senso dell’ineluttabilità, è evidente nel personaggio del protagonista Jack (interpretato da Penn nella sua versione adulta, e dall’esordiente, ma convincente, Hunter McCracken in quella giovane) ma anche, declinata in chiave laica, in quella di suo padre, un uomo che unisce a un rigore nell’educazione dei figli a tratti spietato, frutto del suo passato da militare, una ferrea etica borghese del guadagno che diventa cinismo e apertura alla sopraffazione, in fondo non dissimile dall’etica della realizzazione, e dei segni della grazia da rinvenire nell’arricchimento personale, che caratterizzano il calvinismo. E’ proprio questo personaggio, interpretato ottimamente da Pitt, il più complesso e problematico dell’intera pellicola, un uomo combattuto e fino alla fine enigmatico e spiazzante, capace di aperture di affetto nei confronti dei suoi tre figli seguite da esplosioni di rabbia o da momenti d i spietata, e a tratti apparentemente insensata, tendenza alla disciplina.

 

Malick ha sempre fatto un largo uso di simbologie nel suo cinema, così come dell’esibizione del mondo naturale trattato come vero e proprio personaggio, entità in grado di interagire con i suoi protagonisti più che semplice palcoscenico per le loro vicende: qui, però, il privato e l’universale, la vita civile e quella del cosmo, la natura e la grazia appunto, sembrano più che mai soffrire di uno scollamento. Quello che si cerca e, almeno a una prima visione, non si riesce a trovare nel film, è un motivo che unisca la vicenda, umana e molto concreta, di una famiglia borghese degli anni ’50, alla sovrabbondanza di simboli e motivi filosofici che il regista ha voluto inserire nella storia, frutto di una sceneggiatura che a quanto pare ha cambiato volto più volte, e di cui si fa fatica a trovare un centro. L’impressione che resta è quella di una pellicola visivamente molto elaborata, con singole sequenze caratterizzate da un grande fascino (e la loro parte, anche in questo caso, la fanno pure le maestose musiche di Alexandre Desplat) ma forse troppo ambiziosa e narrativamente poco coesa, frutto dell’estro di un autore che stavolta sembra aver voluto inserire troppi elementi, e in modo poco organico, in un singolo film. Resta comunque il fatto che The Tree of Life trasmette anche l’impressione di essere un’opera troppo complessa, e ricca di motivi di riflessione, per essere pienamente assimilata con una singola visione. Queste righe, scritte forzatamente a caldo dopo la visione del film, restano quindi un punto di vista parziale (e questo è normale) ma anche assolutamente aleatorio e non definitivo, su una pellicola che comunque va vista, rivista e ripensata nel tempo, certo opera di un regista che ancora una volta, col suo lavoro, non lascia indifferenti.

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