In due parole...

Come Domenico vogliamo manifestare e proclamare con la nostra vita e la nostra parola, la misericordia di Dio, la liberazione e la riconciliazione di tutti gli uomini in Gesù Cristo.

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I numeri dicono molto ma non dicono tutto: secondo le Nazioni Unite, nel 2014 solo nel Mediterraneo sono morti almeno 3.500 migranti. Sono vite uniche e irripetibili. Sono il dolore delle loro famiglie che adesso piangono chi non c’è più. Sono la sconfitta di tutti. Davanti a queste morti non possiamo darci pace. E anch’io divento triste e mi arrabbio. Penso agli ultimi gesti di chi è stato travolto dalle onde, agli ultimi pensieri, al grido dei più piccoli, che è diventato anche il mio: "Mamma, mamma mia!". Le emozioni però da sole non servono a nulla. Hanno valore solo se indicano una strada e portano a un ragionamento. Il mio è semplice: cosa fa chi può cambiare le cose, non solo in Occidente? In Medio Oriente ma anche in Africa ci sono classi dirigenti che navigano nell’oro e non fanno nulla per chi scappa! Penso alle mille e mille storie di chi ha pianto tra le mie braccia, ai racconti delle violenze subite, delle traversate di stenti nel deserto, dei soldi dati a trafficanti senza scrupoli o a poliziotti che, magari, pregavano il loro stesso Dio. Sono racconti così vivi che anche io oggi mi sento un migrante. Potrei riconoscere subito quel pezzo di deserto dove qualcuno ha camminato, è stato violentato, si è arreso alla disperazione, è morto. Anche io saprei riconoscere senza fatica il volto degli aguzzini. La fede mi dà la certezza che tutti questi morti sono nelle braccia di un Padre. Per loro c’è un posto nella sua casa. Non ho dubbi, ma mi chiedo: sarà così anche per i carnefici? E chi rimane indifferente, ha meno responsabilità? Davanti agli occhi però ho anche l’esempio di tanti maestri di pace che ho conosciuto. Penso a padre Michele Pellegrino, già arcivescovo di Torino e Giorgio La Pira, ex sindaco di Firenze che mi ha fatto incontrare la profezia di Isaia, il suo sogno di tramutare le armi in strumenti di lavoro. Mi fa male pensare alle risorse che potrebbero dare ali alla pace, alla sicurezza, alla dignità di tutti e invece alimentano un mercato che uccide. E non una volta sola! Le armi uccidono quando tolgono fondi e giovani intelligenze a progetti di sviluppo. Le armi uccidono quando vengono usate, convenzionali o no, intelligenti o no. Uccidono un’altra volta perché preparano la vendetta e la prossima guerra. E un’altra ancora, distruggendo vite. È il momento di dire basta. Ma è anche il momento di cominciare a fare qualcosa per liberare il mondo da ogni forma di schiavitù. All’Arsenale della Pace, una vecchia fabbrica di armi trasformata in una casa di accoglienza, di spiritualità, di incontro per decine di migliaia di giovani ci stiamo provando. Quante storie terribili. Ma anche quanta speranza. Quanti bambini soldato ci hanno raccontato di aver dovuto uccidere il padre, la madre, un famigliare e adesso vivono una vita nuova. Quanti ragazzi e ragazze hanno mollato lo spinello. Quanti piccoli o giovani donne salvate dalla strada che ora vivono con noi. Il dolore del mondo bussa alla porta di ognuno, ma anche a quella dei governi e degli organismi internazionali che spesso si nascondono dietro alle parole. Al contrario, servirebbero Nazioni Unite autorevoli e realmente indipendenti capaci di intervenire concretamente per la giustizia.

E allora benedetto papa Francesco, che dall’inizio del suo pontificato ho sentito di chiamare «padre atteso». Benedetto il Papa, perché nel suomessaggio per la Giornata mondiale della pace ci fa sognare davvero un mondo migliore e ci ricorda che l’amore non è un sorriso, ma un fatto. Dio ci chiederà conto dei nostri fratelli, della «globalizzazione dell’indifferenza» che tante volte incrocia anche la nostra strada. È vero: l’unica globalizzazione che dà vita è quella che passa dalla fraternità e dalla responsabilità, dalla realtà di un Dio che ha messo il mondo nelle nostre mani. Soprattutto in quelle dei giovani che oggi possono dire il loro 'no' a qualsiasi ingiustizia o malaffare, vivendo la politica e il potere come servizio, il lavoro e le scelte personali come impegno per il bene comune. Ogni istante come un atto d’amore, perché il mondo sarà di chi lo amerà di più. E noi vogliamo amarlo perdutamente: credenti o no, è l’impegno di tutti.

ERNESTO OLIVERO

Avvenire 11 dicembre 2014

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