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Siediti  a tavola con me

 

A tavola con Domenico. Tema scelto per l'800° della morte di San Domenico e, nel tempo in cui viviamo, ne cogliamo la bellezza dello stare insieme e la necessità della condivisione.   La tavola è il luogo della condivisione, della celebrazione, della comunione.  Quante volte ci è capitato di organizzare un evento, un semplice pranzo con le persone care per condividere la gioia di stare insieme. un pranzo insieme diventa occasione di festa ma ci sarà capitato anche di stare a tavola con gente sconosciuta, un pranzo di lavoro per esempio e l'altro, lo sconosciuto diventa amico, confidente nel tempo perché ti accoglie cosi, come sei. Capita anche di mangiare da soli, per necessità, perché siamo costretti dall’urgenza dell’immediato. Ma tutti amiamo mangiare in compagnia. Perché sappiamo bene che l’altro è più importante del cibo che mangiamo. L’esperienza del mangiare ci fa scoprire una a caratteristica fondamentale dell’essere uomini e donne: la relazione.

Le relazioni non sono un optional, ma essenziali. Non abbiamo solo fame di cibo, ma fame di relazioni, di scambi fecondi che fanno crescere, fanno sentire la presenza amica di chi ci vuol bene. Ciò nonostante il nostro è il tempo del mordi e fuggi e del tutto e subito, un tempo sempre più scandito da corse tra università, lavoro, parrocchia, amici, casa, palestra. Le relazioni personali vengono coltivate tra impegni programmati e scadenze alla mano, e così sempre più limitato appare il tempo dedicato a sé stessi e al rapporto con gli altri, con Dio e alla gioia di condividere anche solo un boccone insieme. Non fermarsi mai sono le parole d’ordine, la fretta che caratterizza ogni nostra azione, trascinandola nel vortice del tempo e dell’ora non posso, rischia di farci perdere le coordinate e di non cogliere il valore bello che risiede in quello che ci circonda e in quello che viviamo.

Chissà quante volte san Domenico si è seduto con uomini e donne e, da sconosciuti, sono diventati parte integrande della sua vita. Non importava la provenienza sociale, l'aspetto, a san Domenico importava arrivare al cuore dell'uomo. Domenico è l’apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti: “tenero come una mamma, forte come un diamante”, lo ha definito Lacordaire.

L’arcivescovo di Bologna, il card. Matteo Zuppi, ha celebrato la Santa Messa di apertura del Giubileo, e nella sua omelia ha sottolineato l’umiltà di san Domenico dal cuore universale, attento a tutto e tutti. Ha anche menzionato l’immagine della Mascarella, la più antica raffigurazione di san Domenico che lo riporta alla condivisione del Pane vivo, della Parola.

Questa immagine ci aiuterà, durante questo anno a riflettere sulle nostre tavole oggi; la scena sembra ambientata in una Chiesa e indica il legame tra la fraternità del monastero e l’Eucarestia. Domenico offre il cibo della confidenza in Dio, fa comprendere, attraverso il suo essere, la totale fiducia che ha in Dio e la compassione che ha verso i fratelli.

Sono tanti i richiami biblici che mi riportano allo stare a tavola, alla condivisione, al bacchetto nuziale alla gioia del ritrovarsi, al servizio.

La tematica del nutrimento attraversa tutta la Bibbia, dalle prime pagine della Genesi al libro finale dell’Apocalisse: perché cibo e tavola dicono qualcosa di fondamentale sulla vita umana, sulla sua vocazione, sulle sue sfide, sulla bontà di Dio.

I vangeli ci raccontano almeno quindici pasti di Gesù e ogni pasto ha una particolarità, è un incontro irripetibile. Gesù desiderava mettersi a tavola e pranzare con le persone con cui entrava in relazione. A tavola stringeva amicizia, accettava le discussioni che potevano sorgere (cf. Lc 22,24). Stare a tavola per Gesù era un segno, una parabola vissuta del significato della sua stessa missione: portare la presenza di Dio nel mondo, avvicinare il regno di Dio ai peccatori, a chi, in modo particolare del Regno si sentiva escluso e lontano.

I vangeli sinottici testimoniano dei pasti fatti da Gesù insieme a gente pubblicamente diffamata, peccatrice, disdegnata, agli scarti della società.

Levi, era un pubblicano che stava seduto a riscuotere le imposte sul lago di Tiberiade (cf. Lc 5,27-32 ). Gesù, passando, “lo vide e gli disse: Seguimi. Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì”. Lo sguardo e la parola di Gesù hanno richiamato l’attenzione di quest’uomo e si è convertito, fidandosi totalmente di lui. Levi desidera far festa con un banchetto e Gesù aderisce scatenando la reazione dei farisei: “Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Gesù risponde: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione”.

Analogo a questo banchetto è quello avvenuto nella casa di Zaccheo (cf. Lc 19,1-10). Gesù entra a Gerico e vede un uomo che, essendo piccolo di statura, si è arrampicato su un sicomoro. “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Zaccheo scende in fretta e lo accoglie in casa pieno di gioia. Anche qui una chiamata, un entrare in casa, un sedere a tavola.

Il primo invito ufficiale invece lo ha da un fariseo di nome Simone (cf. Lc 7,36-50). Gesù entra nella sua casa ma sembra essere impacciato, riservato nei suoi confronti a tal punto che sembra vuol la presenza di Gesù ma, paralizzato nei suoi schemi, non riesce a compiere nemmeno quei gesti importanti che l’usanza imponeva. La tradizione voleva che il padrone di casa salutasse con un bacio l’ospite per cui offriva il banchetto, che i servi gli lavassero i piedi e che fosse versata sui capelli dell’ospite una goccia di profumo. Era un rito di accoglienza segnato da attenzione, affetto, volontà di onorare l’ospite. Ma Simone non fa nulla di tutto questo per Gesù.

Ed ecco, entra in quella casa una donna senza nome, conosciuta da tutti come una peccatrice, una prostituta, ma che compie per Gesù i gesti che avrebbe dovuto ricevere da Simone. E’ una donna coraggiosa ed intraprendente, affronta il rischio del rifiuto, del disprezzo e della condanna, non si cura degli sguardi di sdegno e del segreto giudizio spietato dei presenti. La donna bacia i piedi di Gesù, li bagna di lacrime, li asciuga con i suoi capelli e li cosparge di profumo. Simone resta scandalizzato e non ha il coraggio di dire quello che pensa perché guarda solo al peccato della donna e conclude che Gesù non è profeta, come pensava, dal momento che si lascia avvicinare e toccare da una donna impura.

Gesù allora, resosi conto di questo sibilare tra sé da parte di Simone, gli racconta una parabola per spiegargli che a chi ha molto amato – come questa donna – moltissimo si perdona. E così dice alla donna: “I tuoi peccati sono perdonati (…) La tua fede ti ha salvata”.

Qui la tavola assume un’altra connotazione, è diventata luogo di contrasto: Simone che ha invitato Gesù non ha capito nulla, non è entrato in comunione con Lui; la donna che è entrata nella casa, non invitata, ha ottenuto l’amore di Gesù. Sì, la tavola non è per tutti un luogo di comunione: dipende da come si sta a tavola con gli altri e se si è disposti ad “aggiungere un posto a tavola”.

Penso anche a Marta a Maria Lazzaro (cf. Gv 11,1-44) e l’amicizia che li lega, alla cena che gli offrono prima della Sua Passione.

Gesù invita al banchetto dando da mangiare a uomini e donne pane e pesce, e ai suoi dice: “Ho desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (Lc 22,15-16). Un pasto in cui Gesù ha voluto dire ciò che più gli stava a cuore, a Pietro agli altri undici, a Giuda che lo aveva venduto; Gesù ha espresso le sue ultime volontà, riassunte nel comandamento nuovo, dell’amore reciproco “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12). Sembra che anche a quella tavola i discepoli non abbiano capito, e qui Gesù dà l’esempio di come stare a tavola, e lo fa mettendosi a servire (cf. Lc 22,27).

Credo che sia quanto Domenico abbia fatto stando a tavola con i fratelli, il Suo desiderio era condividere l’amore, la compassione la misericordia che aveva ricevuto da Cristo e che sentiva fortemente da condividere mettendosi a servizio dei fratelli. Il beato Giordano di Sassonia dice di san Domenico: “Egli accoglieva ogni uomo nel grande seno della carità e, poiché amava tutti, tutti lo amavano. Si era fatto una legge personale di rallegrarsi con le persone felici e di piangere con coloro che piangevano”[1]. Si, un uomo che ha fatto della sua vita pane spezzato, condiviso, donato.

Scrive p. Gerard. Timoner, Maestro dell’Ordine nella sua lettera indirizzata a tutta la famiglia domenicana: «Celebreremo San Domenico –– non come un santo su un piedistallo, ma come un santo che gode a tavola della comunione con i suoi fratelli, riuniti dalla stessa vocazione per predicare la Parola di Dio (…) La celebrazione del nostro Giubileo ci invita a riflettere su queste domande:

  • Cosa significa per noi essere a tavola con san Domenico qui e ora (hic et nunc)?
  • Come la sua vita e il suo lavoro ci ispirano e ci incoraggiano a condividere la nostra vita, la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore, nostri beni spirituali e materiali affinché anche altri possano essere loro stessi nutriti a questa stessa tavola?
  • Come questa tavola diventa una tavola per lo spezzare della Parola e del Pane di Vita?»[2]

Domande che danno ampio respiro, che ci pongono in questione e ci fanno riflettere su come viviamo noi questo spazio, questo qui e ora in quanto domenicana, domenicani che predicano la parola di Verità nella carità. La vita di san Domenico sproni noi tutti ad essere ferventi nella carità vicendevole, nella preghiera, profondamente innamorati di Gesù Cristo e dei fratelli che condividono con noi la mensa della vita, il Pane buono che ha sapore nell’essere spazzato e condiviso.

Guardiamo le nostre radici, affidiamoci alla novità sorprendente di Dio che continua a chiamare a far vivere questa grande e bella famiglia e Maria, la panettiera di Dio, ci tenga per mano e ci faccia procedere verso Suo Figlio sulla via della vita.

Tiziana Caputo op

I Domenicani: storia, figure e istituzioni - Domenicani



[1] Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum autore Iordano de Saxonia, ed. H.C. Scheeben, [Monumenta Historica Sancti Patris Nostri Dominici, Romae, 1935]).

 

[2] G. F. TIMONER, Alla Famiglia Domenicana sulla preparazione del Giubileo del 2021.

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