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Les fenêtres de l'âme

Venerdì, 02 Settembre 2011 00:00

Les fenêtres de l'âme

 

Être chrétien n’appartient pas d’abord au domaine des idées, mais au domaine de l’expérience. L’ouïe, la vue, le goût, le toucher et l’odorat, nos cinq sens, sont les moyens de notre relation au monde et aux autres et de notre communion et communication avec nos semblables. La relation à Dieu est tout intérieure, mais Dieu est vivant et, comme le vivant, il se donne à entendre, à voir, à goûter, à toucher et à sentir ou à respirer. La tradition, depuis Origène, a parlé des sens spirituels, qui sont, pour nous, comme les fenêtres de notre âme.

Catherine Aubin nous offre un parcours stimulant à la découverte de nos cinq sens spirituels. Il ne s’agit pas d’une étude de psychologie expérimentale, mais d’une réflexion sur la vie chrétienne et sur la prière, riche de symboles bibliques et de références patristiques. L’oreille, l’écoute et le silence… l’œil, la lumière et le regard… la bouche, la manducation et la saveur… la main, le toucher et le tact… le nez, la respiration et le parfum… mais aussi la tranquillité des sens, la foi, l’espérance et la charité, l’amour de Dieu et du prochain… et la prière. Ces cinq fenêtres de l’âme, ouvertes sur le divin et sur l’humain, conduisent celle-ci à l’unité intérieure et à la paix, à la communion avec le Vivant.

AUTEUR
Catherine Aubin est dominicaine de la Congrégation romaine de saint Dominique. Titulaire d’une maîtrise en psychologie, elle est docteur en théologie spirituelle. Elle enseigne la théologie sacramentelle et spirituelle à l’université Angelicum à Rome ainsi qu’à l’Institut de théologie de la Vie consacrée. Elle collabore à Radio Vatican pour des émissions de spiritualité.

Mendiants d'amour

Lunedì, 03 Ottobre 2011 00:00

mendiants-damour

 

Le Père Matthieu Dauchez a tout quitté pour les enfants de Manille, les enfants de la rue et de la décharge publique. Avec une équipe d’éducateurs philippins, il arpente les rues pour leur offrir une vie d’enfants dans le cadre de la Fondation Tulay ng Kabataan : scolarisation, foyer d’insertion, programme de nutrition.

Très vite, il constate que le vrai défi n’est pas de partir mais de demeurer fidèle au quotidien. Si les souffrances sont extrêmes, les fruits de cette fidélité et les grâces sont immenses.

Le Père Dauchez propose une relecture spirituelle à partir de ses rencontres quotidiennes et partage ici les leçons de dignité, de courage et d’amour que donnent les plus petits parmi les démunis.

AUTEUR
Le Père Matthieu Dauchez, ordonné en 2004, est directeur de la fondation “Un pont pour les enfants à Manille” qui œuvre en faveur des enfants les plus démunis : enfants des bidonvilles, enfants de la décharge et enfants des rues.

Cose che nessuno sa - Alessandro d'Avenia

Mercoledì, 02 Novembre 2011 00:00

Cultura – La Stampa
01/11/2011 – INTERVISTA


D’Avenia e il padre che svanisce


cose che nessuno sa-155x225«E’ scomparsa la figura simbolica che rappresenta l’autorità,
quella che dice  ai figli cosa devono fare». L’autore parla
del suo nuovo romanzo
michele brambilla
milano

Domani arriva in libreria Cose che nessuno sa (Mondadori, 332 pagine, 19 euro), il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia. Il primo, Bianca come il latte rossa come il sangue, uscito nel gennaio del 2010, è stato un successo strepitoso: quattrocentomila copie vendute in Italia, venti traduzioni all’estero, un film che uscirà l’anno prossimo. Parlava di quell’età meravigliosa e difficile che è l’adolescenza, ed era riuscito nel miracolo di farsi leggere sia dai ragazzi, sia dai genitori. Cose che nessuno sa va ancora più nel profondo, e scava in una delle grandi colpe rimosse del nostro tempo: l’assenza del padre, o la sua sciatta presenza, che è quasi la stessa cosa.

Trentaquattro anni, insegnante di lettere in un liceo di Milano, Alessandro D’Avenia ci racconta di una mail che dice molto dell’attesa che s’è creata su questo suo secondo romanzo: «Una ragazza mi ha scritto che non vede l’ora di leggerlo perché ha un padre che torna a casa dal lavoro tardi, è sempre stanco, non parla, e appena trova un po’ di tempo va a curare un campo dove ha piantato degli olivi. Così lei si chiede se è meno importante di un pezzetto di terreno».

Quanti ragazzi si possono ritrovare in una mail come questa?
«A volte mi chiedo perché non vedo mai i padri ai colloqui a scuola. Vengono sempre le mamme. Perché? Perché gli uomini sono al lavoro? Ma no, questo valeva una volta, non adesso che lavorano anche le donne. Credo che i padri non si rendano conto di quanto i ragazzi abbiano questo desiderio, questo bisogno. Dovreste vederli, in classe, come sono orgogliosi quelle rare volte che i papà vengono ai colloqui. Glielo leggi in faccia che pensano: per mio padre oggi sono stato più importante io del suo lavoro».

Chi, fra noi padri, non si sente chiamato in causa? Forse siamo la prima generazione che ha abdicato al compito di educare la successiva: educare nel senso etimologico, cioè «condurre, trarre fuori» dai figli le potenzialità, il tesoro che hanno dentro, per aiutarli ad affrontare la vita. «In questo momento – ci dice D’Avenia – la nostalgia della società intera è quella dell’assenza di un padre, con la minuscola e con la maiuscola. Non parlo solo dei padri biologici. Anche nel mondo del lavoro soffriamo e paghiamo l’assenza di padri, intesi come maestri. Perché il mio primo libro ha avuto così tanto successo? Perché uno dei protagonisti, il professore, è uno che vuole fare il padre, che si fa carico dei ragazzi che gli sono stati affidati.

«Oggi i due profili dell’adolescente sono: o Narciso, o la totale disistima di sé. Sono due poli che dipendono entrambi dall’assenza di un padre. Se io oggi credo in me, non è perché sono presuntuoso, ma perché sono stato amato moltissimo. Innanzitutto dai miei genitori, e poi da altri che si sono presi cura di me. Penso a due miei professori del liceo di Palermo: uno era quello di lettere, l’altro era padre Puglisi. Tutti e due hanno dato la vita per i loro ragazzi, padre Puglisi addirittura fino a farsi ammazzare.

«Oggi non è solo un problema di assenza fisica. è scomparsa la figura simbolica del padre, quello che rappresenta l’autorità, che dice ai figli che cosa devono fare senza aprire una trattativa. Il padre è quello che quando ti insegna ad andare in bicicletta, sta a qualche metro di distanza e ti dice “se hai bisogno, io sono qua, ma tu vai da solo”. Molti uomini oggi fanno cose che un tempo i padri non facevano, cambiano i pannolini e fanno i bagnetti, e se devono insegnare al figlio ad andare in bicicletta, lo tengono per un braccio perché hanno paura che cada: ma così non si fa il padre, si fa la mamma-bis».

Poi c’è il dramma delle assenze più, come dire, carnali. La protagonista di Cose che nessuno sa è una ragazza di quattordici anni, Margherita, che decide di andare alla ricerca del padre fuggito da casa. Affascinata dal suo professore che gli presenta l’Odissea come se fosse proprio la sua storia, come Telemaco Margherita va alla ricerca del genitore, e alla fine sarà lei, non il padre, a portare la ferita di Ulisse.

«Quando entri in classe» racconta D’Avenia, e qui a parlare è più il professore che lo scrittore, «vedi subito la differenza tra gli occhi di chi ha i genitori separati e quelli di chi una famiglia ce l’ha: magari tribolata, ma ce l’ha». Ed è qui che Cose che nessuno sa passa inevitabilmente dal tema del padre a quello dell’amore: se tanti padri scappano come il papà di Margherita, è perché abbiamo smarrito la percezione della bellezza del «per sempre». «Oggi i ragazzi danno per scontato che un amore sia necessariamente “a tempo”. E io dico loro: scusate, ma voi quando fate una dichiarazione d’amore che cosa dite, voglio stare con te fino al 2013? Tutti mi rispondono “Nooo, sarebbe bruttissimo!”. E allora io dico: visto che lo intuite anche voi? Il bello dell’amore è la durata, è il resistere».

è il punto di vista di un credente? «In un libro a me molto caro, Lettera a D., André Gorz, ateo, arrivato alla fine dei suoi anni, scrive alla compagna della sua esistenza che “se per assurdo avessimo una seconda vita, vorremmo trascorrerla insieme”. è partendo dall’umano, e non da un Dio, che si percepisce quanto, come diceva Nietzsche, l’amore voglia profonda eternità». Ma non pensate che il romanzo di D’Avenia sia un sermone sui doveri del padre e sulla fedeltà. Al contrario, alla fine quel che prevale è uno sguardo di misericordia sull’uomo, alle prese con l’incompiutezza di un mondo che non si può definire in uno schema perché ci sono troppe «cose che nessuno sa». Misericordia, e un grande amore per la vita nonostante le sue ombre.

Altro libro dell’autore:

bianca numeriprimiLeo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori “una specie protetta che speri si estingua definitivamente”. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c’è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l’assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell’amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l’ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.

Bianca come il latte, rossa come il sangue non è solo un romanzo di formazione, non è solo il racconto di un anno di scuola, è un testo coraggioso che, attraverso il monologo di Leo – ora scanzonato e brillante, ora più intimo e tormentato -, racconta cosa succede nel momento in cui nella vita di un adolescente fanno irruzione la sofferenza e lo sgomento, e il mondo degli adulti sembra non aver nulla da dire.

Contando su un recupero moderno e vitale della grande tradizione classica, il D’Avenia romanziere esordiente si allea con il giovane professore di liceo, questa la professione dell’autore, per offrire con energia al lettore più e meno giovane qualche risposta che, come ogni risposta vera, non aspira a essere definitiva, ma neppure esitante e rassegnata.

Finestre del cuore

Venerdì, 14 Settembre 2012 17:30
 

Le finestre del cuore

finestra del cuore

In un libro di Catherine Aubin

recensione di Lucetta Scaraffia il 30 / 08/ 2012 , nell'Osservatore Romano

Non è facile oggi trovare una guida spirituale scritta in modo semplice, senza cadute nel dolciastro o all'opposto in arcigne critiche al mondo moderno, e che apra vere e nuove prospettive spirituali da leggere con passione. Les fenetres de l'âme. Aimer et prier avec ses cinq sens (Les Éditions du Cerf) — piccolo libro di suor Catherine Aubin, domenicana, docente di teologia spirituale e studiosa della preghiera, che sta per essere tradotto in spagnolo e giapponese (e si spera presto in italiano) — ci permette di vivere questa sorpresa. Niente di già letto e rimasticato, come non di rado accade in questo tipo di letteratura, anche se ovviamente ci sono citazioni, numerose e spesso imprevedibili, come le frequenti riprese di Etty Hillesum: nello svolgersi del tema sentiamo la forza dell'esperienza vera, del vissuto concreto, che dà al libro quel tono di verità e di realizzabilità per il lettore che costituisce gran parte del suo fascino.

Aubin insegna che è possibile comunicare con Dio, cioè vivere una straordinaria esperienza spirituale, entrando all'interno di noi stessi. E non solo in senso psichico, ma concreto, attraverso i nostri sensi corporali: è un percorso fondamentale, che ognuno deve imparare a ricostruire perché «la debolezza e la fragilità dell'uomo interiore costituiscono uno dei maggiori problemi del nostro tempo». Infatti non siamo più guidati a sviluppare la nostra interiorità, a passare dai sensi esteriori a quelli interiori, che consentono all'anima e al cuore di arrivare in contatto con la presenza di Dio. Attraverso il corpo possiamo ricevere il tocco dello Spirito santo fino alle radici dell'anima.

Così, l'orecchio permette l'obbedienza alla Parola divina, come mostra l'esempio di Maria, che ha concepito il Messia perché ha ascoltato, nel senso più forte della comprensione e dell'accettazione. Indurire le orecchie e chiudere gli occhi, nei Vangeli, significa avere un cuore insensibile. E Gesù non parla solo della vista fisica, ma di quella interiore, la cui funzione è comprendere il senso della propria vita, le priorità. Ma solo la fede permette all'occhio di vedere al di là di tutte le apparenze e di intuire l'Invisibile. Si può allora dire che il senso della vita «è di guarire gli occhi del cuore affinché Dio sia visto, e l'occhio dell'anima purificato per raggiungere la visione di Dio».

Il gusto è il senso più soggettivo, quello meno razionalizzabile, e tuttavia non è raro che i termini "gusto" e "gustare" vengano usati con un significato spirituale. Davanti al desiderio di nutrimento, Gesù insegna agli esseri umani ad aspirare a quello che può placare la sete e la fame, e dona loro l'Eucaristia, il sacramento dell'unione, della comunione, del contatto. Un certo gusto spirituale è inerente al dono della saggezza, e — scrive l'autrice — «crea un'insoddisfazione profonda, non tanto di conoscere, quanto di "sentire", di provare».

Per molte persone il tatto è uno strumento di comunicazione privilegiato, il linguaggio dell'amore: un abbraccio, il tocco di una mano, possono valere più di mille parole, più di uno sguardo. Gesù, che interviene molte volte toccando con le mani, o lasciandosi toccare, ci ha lasciato i sacramenti, che presuppongono un toccare. Dio entra in relazione con l'uomo interiore attraverso i sacramenti, e «dall'inizio alla fine, la liturgia esercita il corpo a lasciarsi toccare da Dio e a divenire fisicamente coscienti del suo abitare in noi».

Infine, l'odorato è il più intimo dei cinque sensi, quello che spiritualizza la materia e le dà una forma di libertà, perché possiede una rara potenza evocativa, indipendentemente dai contesti. Non occupa spazio, e ciononostante penetra dappertutto. Non si può afferrare, come lo spirito che lo percepisce e, in questo senso, «si avvicina di più a ciò che è spirituale».

Attraverso i nostri sensi, che sono anche porte spirituali, possiamo dunque lasciarci invadere dallo Spirito santo che, quando ispira i gesti e gli atti del corpo toccando così l'insieme della persona, si fa quasi visibile e può essere percepito da tutti. Perciò chi si apre allo Spirito «diviene uno strumento o ancora un "mezzo di comunicazione" di Dio». Scritto con semplicità e passione, questo libro può essere considerato un valido strumento per una nuova evangelizzazione. Anche perché elabora l'assunto — fondato sull'Incarnazione — dell'unità fra corpo e spirito, che costituisce uno dei più significativi punti d'incontro fra il pensiero contemporaneo e il cristianesimo.