In due parole...

Come Domenico vogliamo manifestare e proclamare con la nostra vita e la nostra parola, la misericordia di Dio, la liberazione e la riconciliazione di tutti gli uomini in Gesù Cristo.

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Inno alla Misericordia

Domenica, 15 Aprile 2012 00:00 Pubblicato in Predicazione

Santa Caterina da Siena

Allora quell'anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere, ma quasi stando nel cospetto di Dio diceva:  

- O eterna misericordia, la quale ricopri i difetti delle tue creature, non mi meraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «Io non mi ricorderò che tu m'offendessi mai».

O misericordia ineffabile, non mi meraviglio che tu dica questo a coloro che escono dal peccato, quando tu dici di coloro che ti perseguitano: «Io voglio che mi preghiate per loro, acciò che Io lo' facci misericordia».

O misericordia, la quale esce dalla deità tua, Padre eterno, la quale governa con la tua potenzia tutto quanto il mondo!

Nella misericordia tua fummo creati;

nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo.

La misericordia tua ci conserva.

La misericordia tua fece giocare in sul legno della croce il Figliuolo tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte.

E allora la vita sconfisse la morte della colpa nostra,

e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immacolato Agnello.

Chi rimase vinto? La morte. Chi ne fu cagione? La misericordia tua.

La tua misericordia dà vita;

la misericordia dà lume per lo quale si conosce la tua clemenza in ogni creatura,

nei giusti e nei peccatori.

Nell'altezza del cielo riluce la tua misericordia, ciò è nei santi tuoi.

Se io mi volgo alla terra, ella abbonda della tua misericordia ...

Con la misericordia tua mitighi la giustizia;

per misericordia ci hai lavati nel sangue;

per misericordia volesti conversare con le tue creature.

O pazzo d'amore: non ti bastò incarnare, che anzi volesti morire?Foto3114b

Non bastò la morte, che anzi discendesti agli inferi, traendone i santi padri, per adempire la tua verità e misericordia in loro? …

La misericordia tua vedo che ti costrinse a dare ancora di più all'uomo, cioè lasciando te stesso in cibo affinché noi deboli avessimo conforto,

e gli ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza dei benefici tuoi.

E però lo dai ogni giorno all'uomo, rappresentandoti

nel sacramento dell'altare nel corpo mistico della santa Chiesa.

Questo chi l'à fatto? La misericordia tua.

O misericordia!

Il cuore ci s'affoga a pensare di te, perché ovunque io mi volgo a pensare

non trovo altro che misericordia.

O Padre eterno, perdona all'ignoranza mia, che ho osato favellare innanzi a te, ma l'amore della tua misericordia me ne scusi dinanzi alla benignità tua.

 

Dal Dialogo della divina Provvidenza cap 30

Santa Caterina da Siena domenicana

P. Giuseppe Girotti

Domenica, 15 Maggio 2011 15:45 Pubblicato in ... e di oggi

Una vita per i “portatori della Parola di Dio”

Così Padre Giuseppe Girotti, domenicano, chiamava i suoi fratelli “maggiori”, gli ebrei.

girotti 1Come in vita operò nella discrezione e nel silenzio, a volte forzato, così anche dopo la sua morte a Dachau, sembra continuare il suo umile nascondimento. Pochi sanno di lui, eppure il suo nome nel 1995, 50° anniversario della sua morte, viene dichiarato a Gerusalemme “Giusto fra le genti”.

Il “Giusto fra le genti” è la stessa persona che fu arrestata nel “44 a  tradimento per aver aiutato il “nemico” di quel periodo storico così turbolento.

Ma chi è questo domenicano nato ad Alba il 19 luglio 1905, vissuto tra Chieri e Torino, dopo aver profondamente studiato la Parola dapprima all’Angelicum a Roma, quindi  presso la celebre scuola Biblica di Gerusalemme, finendo la sua breve, ma quanto intensa vita nel lager di Dachau il giorno di Pasqua del 1 aprile 1945?

Debbo limitarmi a tre caratteristiche che possono illuminare almeno in parte la sua poliedrica e ricca personalità: uno studioso appassionato della Parola di Dio che trasmetteva con ardore nell’insegnamento; un uomo che sembra essere “dono di sé” fino a dare la propria vita per i poveri e i perseguitati; un frate fuori dagli schemi , ma profeta di riforme provocate Concilio. Era scherzoso, fraterno, ogni aiuto passava prima del silenzio regolare e portava l’ abito non sempre con la dovuta austerità; aveva un esprimersi un po’ canzonatorio che a volte dava la possibilità di credere che volesse irridere certi antichi modi di fare che non potevano, secondo lui ed altri, irretire la libertà domenicana.

E’ sempre stato capace di sorridere alla vita anche nel dolore e nelle umiliazioni più grandi. Giorno dopo giorno attingeva forza dalla sua fedele cristallina, purificata nel silenzio di una obbedienza spesso dolorosa. Forti amicizie furono il suo sostegno per seguire il suo Maestro fino a Gerusalemme, che per Padre Giuseppe si chiamerà Dachau: lì la sua vita si consuma come un cero pasquale. Ascoltiamo la testimonianza di un sacerdote missionario, un tempo suo allievo: “Nei miei passaggi in convento a S. Domenico di Torino, durante le ferie, mi chiedeva sempre del denaro per i suoi poveri”.

E poveri per P. Girotti era ogni persona si trovasse in difficoltà sia per privazione materiale o perché braccata solo per la sua razza e religione: il grande dolore che la guerra ovunque,diffondeva trovava in Padre Guiuseppe un’eco eco di compassione che altro non era che l’attualizzazione di quella propria a S. Domenico. Era innamorato della Parola e la sua vasta cultura non inaridiva il suo cuore, anzi la Parola incarnata era il segreto di quella affermazione spesso detta per scusarsi dell’ennesimo ritardo in convento: “Tutto quello che faccio è solo per carità” e i suoi occhi brillavano di interiore letizia.

Non entro nei dettagli dei difficili anni di incomprensione con le diverse autorità del suo ordine: era un momento storico – politico difficile per tutti. Anche ai più alti responsabili pareva che disciplina e osservanza ferree dessero tono e sicurezza all’Ordine. Mi preme ricordare, però, come, qualche decennio dopo, subito dopo il Concilio Vaticano II°, il Maestro dell’Ordine Aniceto Fernadez riformasse le varie Province proprio nella linea del “pericoloso e insubordinato gruppo” del Girotti. “E’ così che si fanno i santi”, affermerà il Cardinale Pizzardo.

Ma Giuseppe Girotti sempre rimase simile a se stesso: tutto di Cristo e tutto ai fratelli a costo di qualsiasi rischio interno o esterno. Quando, dopo essere sospeso dall’insegnamento allo Studium di Santa Maria delle rose a Torino, fu chiamato ad insegnare presso i futuri Missionari della Consolata. Vale la pena ascoltare almeno una testimonianza di un suo allievo missionario che senza esitazione afferma: “Un pozzo di scienza, al servizio della S. Scrittura di cui si presentava come divulgatore di uno spirito nuovo…. Il suo dire era piano, la sua scienza agguerrita e quando si lasciava prendere dall’ebraico e dal greco era troppo alto… Ma scendeva tosto, quasi se ne scusava, diceva:”Queste cose non fanno per voi che dovete andare in Africa ad annunciare il Vangelo”. E riprendeva la Parola di Dio come cibo, amore, vita.”

Pubblicò grandi opere di commento ad alcuni Libri della Sacra scrittura. Ne ricevette l’encomio persino dalla Santa Sede. Molto ci sarebbe da dire di questa vita apparentemente solo fatta di quotidianità, del più grande nascondimento. L’amore per i debole, già tanto sottolineato, fu l’amo incarcerarlo: un partigiano gravemente ferito richiedeva l’aiuto di una persona di fiducia: Girotti era quella giusta. Non occorreva altra motivazione ed ecco Padre Girotti nella macchina della morte che lo porterà al rifugio che lui stesso aveva procurato al prof. Diena.

Inutilmente e con grande dolore il suo Priore tentò ogni strada,finché era ancora in Italia, per ottenere la sua liberazione. Ma tutti sappiamo quanto aspro di vendetta fu quel triste periodo dopo l’armistizio del 1943.

Ma quale l’accusa per meritare una sì incommensurabile punizione. Leggiamo nei registri di Dachau: accusa: aiuto agli ebrei.

Anche nel lager si distinse per il suo entusiasta amore della Parola che continuava a commentare e predicare come poteva. Continuò la sua concreta carità privandosi molte volte del magro cibo per chi più giovane o meno ammalato di lui forse poteva farcela.

Nella baracca 26, riservata agli ecclesiastici erano 1090, 180 sarebbe stato il massimo…

Il lavoro nel Plantare minò definitivamente la sua salute. Morì forse “aiutato” da una venefica puntura come era abitudine (una bocca in meno da sfamare!) il giorno di Pasqua. Subito si sparse la voce della morte del domenicano “caro a tutti per la sua umiltà e modestia” come affermò nell’elogio funebre P. Leonard Roth il 3 aprile del 1945. Fanno eco a questa testimonianza le parole di un suo compagno di prigionia che lo ricorda come “il mite, umile e sereno P. Girotti …”

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Elena Ascoli op (da “I Martedì” di Bologna)

Giorgio La Pira

Venerdì, 20 Maggio 2011 00:00 Pubblicato in ... e di oggi

Politica e santità: un binomio impossibile?

“La finalità della mia vita è nettamente segnata: essere nel mondo il missionario del Signore: e quest’opera di apostolato va da me svolta nelle condizioni e nell’ambiente in cui il Signore mi ha posto” e ancora: "Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa “brutta”! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico è un impegno di umanità e santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità….” (1944)

Giorgio La PiraQueste due citazioni di Giorgio La Pira sono frutto di un cammino intellettuale e spirituale iniziato nella sua Sicilia con amici quali Salvatore Quasimodo, Salvatore Pugliatti, futuro Rettore dell’Università di Messina e altri giovani assetati di conoscenza, starei per dire, a 360 gradi. In un’intervista su Avvenire il Pugliatti testimonia ricordando: “IL Peloro”, [1] società da loro fondata: “Leggevamo Dante, Platone, la Bibbia, Tommaso Moro e Campanella, Erasmo da Rotterdam e gli scritti russi, specialmente Dostoevskij, ma ci incantava anche Andreiev e Massimo Gorki con i suoi romanzi sociali; leggevamo Baudelaire, Mallarmé e Verlaine, che a poco a poco divennero i nostri numi”.

Insomma un giovane La Pira che, studiando ragioneria, si apre alla filosofia, alla poesia e a ogni sapere che sarà l’humus della sua straordinaria personalità politica.

La sua sofferta adesione al cattolicesimo è, poi, il segno più fecondo della sua autentica ricerca della verità senza compromessi di sorta. In quegli anni di studio a Messina abitava presso lo zio Luigi, massone e convinto anticlericale, capace di chiudere la porta in faccia al sacerdote che veniva per la benedizione delle case.

Ebbene il giovane Giorgio non è da meno. Nel 1919, a quindici anni, invitato a partecipare ad un incontro al circolo cattolico “Vita e pensiero” risponde che andrà solo quando sarà rimosso il Crocifisso dalla parete.

Ma, ecco, che nel 1925, essendo a Siracusa per conto dello zio, gli scriverà, dopo averlo informato degli affari conclusi: “… Mi spiego: la vita del pensiero è il vestigio massimo dell’umana  dignità e dell’umana bellezza. Cuore e mente sono finestre aperte sul mondo soprasensibile, richiami di armonie e introduzione umana nella vita stessa di Dio”e conclude dichiarando una lucida ed umile adesione alla Chiesa cattolica: "Ci sono  molti cattolici che traviano gli insegnamenti della Chiesa? E’ verissimo: ma i cattolici sono uomini come gli altri e deboli e peccatori come gli altri”.

La lettera andrebbe citata per intero perché ormai La Pira ha gettato le fondamenta delle scelte e convinzioni, che andranno sempre maturando sino a divenire preghiera, contemplazione che, ben presto, traboccheranno in impegno attivo nell’insegnamento universitario e nella politica. Ne individuiamo le radici nella massima tomista “contemplata aliis tradere”. Non posso certo percorrere tutta la sua vita e meno ancora le sue intuizioni e scelte politiche fatte da parlamentare della Costituente, da sindaco di Firenze, sua città d’adozione, da uomo di pace che raggiunge tutti e tutti vuole unire in quel Dio che è Padre di ogni uomo.

Ma per il Professore, laico domenicano sin dai tempi di Messina, che si rifugiava in una cella del convento domenicano di San Marco per entrare nella sua cella interiore e rinfrancare la sua ardente fede, che aveva per i poveri sempre nuove iniziative tanto da passare dalla distribuzione del pane benedetto a quella di minestre e latte senza avere un soldo e fidando solo nella Provvidenza e in Maria, come si esprime lui stesso, che cosa significava essere un politico? Perché La Pira non faceva politica, ma viveva la politica, era uomo della polis, uomo cioè che ha a cuore soltanto il bene della sua città e dei suoi abitanti, dimentico completamente di se stesso. Ebbene lui stesso sembra risponderci quando afferma: "Bisogna lasciare l’orto chiuso dell’orazione: bisogna scendere in campo, affinare i propri strumenti di lavoro; riflessione, cultura, parola, lavoro, ecc. Altrettanti aratri per arare il campo della nuova fatica, altrettante armi per combattere la nostra battaglia di trasformazione e di amore: Trasformare le strutture errate della città umana; riparare la casa dell’uomo che rovina”.

Fede ardente, preghiera senza vergogna, certezza di essere strumento di quel Cristo che è venuto a portare la pace, non quella degli intrighi ma quella sofferta e donata dell’amore: questi, fra molti altri, i punti fermi che sostengono La Pira ovunque, in ogni luogo, in ogni parlamento a qualunque ideologia appartenga. Ascoltiamo le sue parole rivolte ai capi del Cremlino in occasione di un suo viaggio a Mosca: "Come avete rimosso dal Mausoleo al Cremlino il cadavere di Stalin, così dovete liberarvi dal cadavere dell’ateismo. E’ un’ideologia che appartiene al passato ed è irrimediabilmente superata”.

Di lui il Cristo non ha dovuto certamente arrossire quando si è presentato al Padre Suo e nostro. La Pira può essere vero politico, libero da intrallazzi e interessi personali, proprio per questo: sa che solo Cristo è il Signore della storia e pertanto mai interrompe quel “filo diretto di comunione” con Lui che è la preghiera ed impara a leggere la storia di oggi meditandola tra le righe della Bibbia, che ci parla della storia della salvezza: in questo gli è stato maestro il suo cardinale Elia dalla Costa.

Ecco come il Professore profeta di pace si esprime in una lettera del 1956:

"Quanto a me, io non posso dirti altro che questo: da tempo chiedo ogni giorno – e quasi ogni ora – al Signore la grazia di chiudere la mia parentesi di vita terrena : è una speranza immensa che mi dà ogni giorno la forza di operare e  di attendere […]. Perché, infine, caro Amintore, la città che cerchiamo non è né Firenze e neanche Roma o Arezzo: è un’altra: quella che ci accoglierà per sempre e ci farà per sempre a Dio uniti ed in Dio felici”.

Qualche titolo delle testate di giornale dopo la sua morte a Firenze il 6 novembre del 1977:

Un profeta da rivalutare scrive il ” Corriere della sera”; “La stampa”: Un profeta in politica; “Repubblica”: Il profeta della pace planetaria”….

Possiamo perdere o lasciar cadere nell’oblio una tale lezione di politica cristallina espressione della carità? No, perché anche noi con Giorgio La Pira Vorremmo che tutti i tesori di storia, di grazia, di bellezza, di intelligenza, di civiltà, che la Provvidenza ha “accumulato” a Firenze costituissero essi stessi un gigantesco messaggio di pace rivolto a tutti i popoli della terra.

Giorgio La Pira


Elena Ascoli op (da “I Martedì” di Bologna)


[1] Faro che illumina questa punta di terra di Messina. E’ chiaro il significato di tale scelta per la società di questi giovani intellettuali.