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Divorziati risposati

Venerdì, 04 Aprile 2014 18:23 Pubblicato in Giustizia e Pace

Nel dibattito sull'accesso ai sacramenti per i divorziati risposati, si dimentica spesso coloro che, pur in una condizione oggettivamente disordinata, si sforzano di seguire la strada verso la santità indicata dalla Chiesa. Qui presentiamo una di queste testimonianze, quella di una giovane imprenditrice romana impegnata nel campo dell'innovazione tecnologica, che ci aiuta a comprendere come l'adesione all'insegnamento della Chiesa possa essere vissuto come educazione alla santità.

Quando le cose ci riguardano in prima persona, sembrerebbe più facile capirle. Invece, non è poi così vero. In un post apparso sul mio blog lo scorso 10 Marzo, ispirato dall'accesa polemica sui divorziati risposati, dal titolo "Divorziati risposati? Sposare la Chiesa e Dio, prima di chiunque altro", provavo a dire la mia su una vicenda che mi riguarda in prima persona.

Da atea che ero, fino a quattro anni fa, con un'esistenza totalmente devota alla carriera, al successo, al denaro e al potere, a un certo punto, la mia vita è cambiata: subdolo spot in favore del mio secondo libro appena uscito "Il Dio che Non Sono". Per una serie di circostanze che non occuperanno lo spazio di questo scritto, avendo trovato fissa dimora in quasi 200 pagine di libro, tra il 2009 e il 2010 incontro la Chiesa cattolica che, per anni, avevo deriso, accuratamente evitato e bistrattato, scoprendomi ultima tra gli ultimi e sola tra i soli. Ma soprattutto, incontro Dio. Ne scopro col tempo l'infinita misericordia, la grandezza, la sorpresa, la fantasia, l'intelligenza, la pazienza, la bontà, l'accoglienza, la verità e la perfezione e, finalmente, inizio a capire che, se un Dio c'è, certamente non sono io. Premessa necessaria a quanto sto per dire.

Non è che, quando s'incontra Dio, rimane tutto come prima. Piuttosto, tutto cambia. Cambia senza remore, senza condizioni, senza mezzi termini e senza misura. Cosicché al profondo desiderio di Cristo ho donato il mio cuore e ho ricominciato a camminare. Quand'è così non c'è storia: in ogni cosa che fai, non puoi fare a meno di chiederti se Gesù avrebbe fatto lo stesso; ogni scelta assume un sapore diverso. Vivere così è vivere per il Cielo, e la sola cosa che oggi so, l'unica di cui m'importi veramente, è che per andare in Paradiso la strada è lunga e faticosa e la porta da cui passare è stretta. Ma c'è una ricompensa. E io voglio, fortissimamente voglio, quella ricompensa!

Come ogni Abramo che si rispetti, anche per me - nel 2012 - arriva il momento della prova, adeguato ai tempi moderni, s'intende. Come solo Dio sa fare, ne trova una perfettamente attinente alla storia della mia vita, contornata in un recente passato da infinite diramazioni di peccato variegato alla Nutella. In uno dei miei pellegrinaggi a Medjugorie, nel 2011, pensando al matrimonio, chiedo alla Madonna il dono di un uomo che avesse il 100% della fede e la cui aspirazione più profonda fosse quella di camminare, in questa vita, verso il Cielo. Anche se Maria sa bene quello che fa, io stento a capirlo quando, mesi dopo, incontro Marco: separato, due figlie, lontano dalla Chiesa. «Pessimo esordio - penso -, forse se avessi meglio precisato la domanda, tipo libero, senza figli o che so io ...». Crisi di panico. Condizione inconciliabile. E se non fosse stato per Maria, sarebbe certamente rimasta tale.

Qualcosa mi dice che potrebbe essere l'uomo della mia vita, quello che sognavo fin da bambina in cameretta ancora in preda al mito di Cenerentola, mentre il mio primo "vero" fidanzato a 8 anni portava l'apparecchio, ma tutto il resto non quadra. A un tale disastro si aggiungono i commenti, anche cattolici, di tanti amici che iniziano a suggerire suggestioni di vario tipo, tipicamente credibili, ma nel mio cuore profondamente false.

Prima scelta da fare: infrango la legge di Dio che finalmente dopo una vita di scompensi mi ha resa felice per appagarmi di poca cosa in questa vita oppure provo a costruire una casa sulla roccia? Scelgo la seconda. Durissima, a dire il vero. La prima volta che riesco a portare Marco a sentire una messa nel centro di Roma, durante la celebrazione eucaristica, lui resta in piedi a braccia conserte, e io penso: "Madonnina mia, adesso quanto ci metterò a farlo inginocchiare?". Anche questa è una preghiera (lo dico perché poi è successo veramente!).

Di lì a poco, per meriti sicuramente mariani e non miei, a stretta di frequente masticazione della corona del rosario, anche Marco fa pace con Dio, riscopre la via della redenzione, ritrova la fede e torna all'ovile. Ma "il problema" resta: cosa siamo noi? A maggior ragione, dopo aver rimesso Dio al centro della nostra vita.

Come possiamo vivere in Grazia di Dio e andare in Paradiso se, agli occhi della Chiesa, siamo "clandestini"? In questi anni, penso di aver compreso che più grande è il dilemma che ci poniamo e più chiare sono le risposte. La Chiesa in questo caso persegue una sola via (laddove sia possibile), quella della nullità di matrimonio. E a noi chiede tempo, castità, continenza, preghiera, fede e attesa. C'è un tempo per ogni cosa (Qo 3, 1). Quello che la Chiesa chiede, in questi casi, è il tempo che occorre per capire se ciò che lei stessa ha unito in terra sia unito anche in cielo, oppure no. E io sto con la Chiesa. Noi stiamo con la Chiesa, perché crediamo in Dio quanto nella Chiesa cattolica e perché siamo certi che il ministero petrino sia l'unica vera via in grado di esprimere la volontà di Dio, non la nostra.

E che succede, nel frattempo? Ci hanno chiesto alcuni. Succedono cose che il mondo ordinario trova inutili, per non dire folli. Per la gente, inclusi parenti e amici, si perde tempo, si rischia di non riuscire ad avere mai dei figli, si diventa bacchettoni, si aspetta invano, si perde tutto, ci si potrebbe portare avanti con un matrimonio civile o mettendo al sicuro qualche piccola scelta. Per noi, si accoglie la Grazia estrema di una missione sublime da vivere, per amore di Cristo, in obbedienza, in castità, in preghiera e in amicizia. Senza fare troppe domande terrene e senza temere, assaporando giorno per giorno la presenza di un Dio che ci ama e che farà di noi ciò che di meglio potremo diventare, in un modo o nell'altro. Perché quello che Lui pensa per noi è sempre meglio di ciò che noi siamo in grado di fare per noi stessi. E' la storia della Salvezza. E' la storia dell'umanità. E' la nostra storia.

Giorgia Petrini

Seconda Domenica di Quaresima

Domenica, 16 Marzo 2014 18:11 Pubblicato in Predicazione
 

Il drammaturgo di Processo a Gesù ha sempre considerato l'attualità del Cristo un fatto indiscutibile: un punto di riferimento obbligatorio sull'esame della coscienza individuale e sociale contemporanea.


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A tale presenza e fedeltà si richiamano queste pagine che seguono.

FABBRI DIEGO (1910-1980)

Vivere deve essere, anzitutto, un continuo atto di fedeltà a se stessi. Il valore della mia vita - mia, inconfondibile sta nella personalità dei miei atti: nel mio inventarli, sceglierli, volerli così.

I miei atti sono solo la prova, ma anche la scoperta e la confessione del mio essere. (Noi non possiamo fare che quel che siamo).

E il mio essere è quel che ho di più prezioso e nello stesso tempo di più misterioso; è quel che sono originalmente, elementarmente, gratuitamente.

« Mi hanno fatto cosi »: ho da prenderne atto umilmente. (Non ho, ragionevolmente, la possibilità di ribellarmi. Dovrei aprire una polemica con la Creazione). Per questo mio « essere fatto cosi » io stabilisco un rapporto personale col Creatore; e la contabilità dei « talenti» ha inizio.

Prendere contatto col mio essere è prender contatto colla più immediata e intima determinazione di Dio, con l'immagine di Dio che più mi assomiglia: la più terribile e la più confidenziale.

Eppure da questa scoperta di me - e di Dio - io rifuggo con una incredibile tenacia.

È un lavoro che mi affatica e mi rende pauroso.

Mi sento afferrato e tratto fuori dalla mia «giornata» terrena - storico - col suo tempo scandito da impegni e riposi, e inserito improvvisamente in un rapporto che ha l'assoluto e l'eroico quali termini a me contrapposti. Sento che resisto. Forse non voglio esser santo: mi oppongo alla chiamata.

La paura mi nasce dal vedermi fuori della «storia »; dalla coscienza di portare me stesso non più verso questa o quella meta, « storica », ma verso l'Assoluto. Sembra che senza il riparo e il sostegno delle « pareti » storiche io sia colto da capogiro, incapace a sostenere la responsabilità, il peso di me stesso di fronte a Dio.

E se questo è vivere, mi accorgo che ho paura di vivere. Fuggo, sono vile, mi sottraggo.

Vivere sarebbe invece avere la fantasia morale di inventare i propri atti e di assumerne coraggiosamente la responsabilità di fronte a Dio. I semplici e i santi. I santi.

Vivere è il nostro inventare il presente senza mettere ostacoli alla invenzione del futuro (la « terra promessa»).

Vivere è scoprirsi, è diventare ogni giorno uomo-nuovo al cospetto di Dio (è costruire il « Regno»).

Vivere è obliare la « storia» per ubbidire veramente a noi e a Lui: per seguirlo. « Abbandona il padre e la madre» ... «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti... »).

La «storia» può tutt'al più insegnarci ciò che non dobbiamo più fare. Ed è qualcosa.

Ma vivere è inventare ciò che dobbiamo fare, noi, di mai fatto. È il nuovo - cioè l'imitazione di Cristo - che si concreta nel tempo.

Il coraggio di vivere è il coraggio di costruire per sé e per gli altri - nel tempo - le nuove case di Dio; è un liberarsi alla vita, non alla «vita storica », ma alla vita, semplicemente. ( ... )

Annunciamo la Buona Novella - schiettamente.

Chiamiamo gli uomini al seguito del Dio sofferente.

«Vedremo chi prevarrà! ».

È la sfida che il Cristo lanciò dal legno della croce, e che rimbalza nel cuore di ogni uomo che si sveglia cristiano.

Il resto è compromesso.

Freak Antoni: Dio ci deve delle spiegazioni

Lunedì, 24 Febbraio 2014 21:02 Pubblicato in Predicazione

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fonte: Antonio Socci http://www.aleteia.org/it/societa/contenuti-aggregati/accade-a-bologna-5782227161972736

A volte accadono piccoli fatti che sono come lampi di luce nel buio. E folgorano i cuori immersi nella nebbia e i tempi cupi. E fanno capire e vedere la realtà assai più e meglio di tanti discorsi dei cosiddetti intellettuali o di coloro che dovrebbero illuminare il mondo.

 

E' accaduto a Bologna.

Mercoledì scorso, dopo una lunga malattia, è morto a 59 anni Roberto "Freak" Antoni, storico leader degli Skiantos, un gruppo musicale che viene classificato come "rock demenziale" e che nacque nella turbolenta Bologna del '77, quella degli "indiani metropolitani" e di un'Italia che poi affogò negli anni di piombo.

Freak Antoni, un artista divertente e poliedrico, rappresenta il rivolo creativo e surreale di quella stagione che a Bologna mise con le spalle al muro "da sinistra" il monolitico Pci di Zangheri e a Roma la Cgil di Lama. Freak era così ironico, dissacrante, cinico, poetico che non è possibile inquadrarlo negli schemi.

D'altra parte quella rivolta giovanile dava voce alla delusione delle rivoluzioni mancate, al disgusto per gli apparati e finiva per esprimere sogni e utopie impolitiche, un grido di "felicità subito" che aveva natura inconsapevolmente religiosa.

Tornò in quei giorni un motto del '68 francese ricavato dal "Caligola" di Albert Camus. Diceva: "Soyez réalistes, demandez l'impossibile". Era perfetto anche per la Bologna del '77. Ma era lo slogan meno politico e più religioso che si potesse coniare.

Infatti era stato un grande padre di cuori giovani, don Luigi Giussani a riprendere e valorizzare quelle parole di Camus: "Non è realistico che l'uomo viva senza agognare l'impossibile, senza questa apertura all'impossibile, senza nesso con l'oltre: qualsiasi confine raggiunga. Il Caligola di Camus – scrisse Giussani – parla di 'luna' o 'felicità' o 'immortalità'. L'insaziabile non può che derivare da un inestinguibile. Un Destino di immortalità si segnala nell'umana esperienza di insaziabilità".

A Bologna è rimasto qualcosa di quella ventata creativa del '77. Io stesso ho letto a volte, qua e là, sui muri, delle scritte che mi ricordavano "Freak Antoni".

Vicino alla chiesa dei Servi – e a Nomisma – campeggiava un versetto biblico: "l'abisso chiama l'abisso". E più in là, su un muro dell'Università, un memorabile: "Basta fatti, vogliamo parole". Che – a ben pensarci – è geniale.

La morte prematura di Freak Antoni naturalmente ha richiamato a Bologna tanti amici e colleghi. Venerdì scorso, quando il Comune ha allestito una camera ardente per rendergli omaggio, nella sala Tassinari, a Palazzo D'Accursio, si sono visti molti personaggi noti dello spettacolo: c'erano Elio e Rocco Tanica delle "Storie Tese", Luca Carboni, Samuele Bersani, Gaetano Curreri, Andrea Mingardi, Fabio De Luigi, il comico Vito, Milena Gabanelli e poi è arrivato il sindaco Virginio Merola.

Il quale ha detto alcune parole di commemorazione, in quell'atmosfera surreale e obiettivamente disperata, tipica di queste "camere ardenti", tra volti tristi e straniti. Subito dopo si è fatta avanti una ragazza, una giovane studentessa di liceo.

Era Margherita, la figlia di "Freak". Con dolcezza e fermezza ha detto alcune cose che hanno fatto sentire a tutti un brivido.

Un brivido di verità profonde che tutti conoscono in fondo al cuore, ma che tutti anche hanno rimosso e nascosto. Pure a se stessi.

La ragazza ha ringraziato i presenti, ha ricordato come suo padre vivesse per quel suo lavoro, per il palco, per i concerti che in tanti giorni di festa lo hanno strappato alla famiglia.

Margherita ha confessato di aver sofferto questa sua assenza, ma "adesso forse ho capito. Non so" ha detto guardando quei volti "se vi è mai capitato di sentirvi tristi. Ma tristi tristi, tanto tristi da chiedervi qual è il senso della vita, il perché delle cose. A me a volte capita. A mio padre capitava sempre. Siete tristi perché vi manca qualcosa, non è così? Altrimenti avreste l'animo appagato, soddisfatto. Ma che cosa manca?".

La domanda della ragazza per un istante ha fatto sentire tutti come messi a nudo. Poi ha proseguito: "Ognuno cerca di colmare il vuoto che sente. Mio padre lo colmava con la droga, con i concerti, con storie d'amore improponibili. Mio padre era uno triste, uno senza speranza, un infelice, un irrequieto".

Erano parole dette con profonda compassione e pietà. Margherita ha poi raccontato di aver trovato, l'altro giorno, nel portafoglio del padre, un biglietto dove aveva annotato questa frase: "perciò io non terrò la bocca chiusa, parlerò nell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore".

Era una frase della Bibbia, del libro di Giobbe. Chissà quando e come Freak Antoni l'aveva sentita o letta e se l'era annotata, perché di certo la sentiva sua, perché esprimeva il suo dolore, la sua solitudine, le sue domande e il suo grido.

Infatti Margherita l'ha commentata così: "mio padre era un grande perché gridava, perché non si accontentava, perché il suo desiderio di felicità era più grande di qualsiasi concerto, droga o storia d'amore".

Così, con una grazia che incantava e una pietà commossa, la giovane figlia ha descritto il senso religioso di questo padre artista irrequieto e scapigliato. E ha colto più e meglio di chiunque altro il suo genio. E il suo dolore.

Ricordando una delle sue memorabili battute ("Dio ci deve delle spiegazioni") Margherita ha concluso con la speranza che davvero "lassù gliele dia".

Poi, in tutta semplicità, a quella platea improbabile e sbigottita ha detto che voleva dire una preghiera per suo padre. E chi voleva poteva unirsi a lei. Ha recitato con alcuni amici l'Eterno riposo e un'Ave Maria e in quel momento una Misericordia infinita è scesa su tutti, in quella stanza, come un immenso e bellissimo panorama pieno di azzurro.

E come sono sembrate goffe e ridicole le chiacchiere di certi intellettuali e di certi notabili dell'industria sui giovani di oggi.

Se questo Paese ha una speranza, bisogna riconoscere che questa speranza ha il volto di Margherita e dei ragazzi e delle ragazze come lei. Che ci sono e sono molti più di quanto si immagini.

Nei loro volti s'intravede una speranza, una certezza, una pietà che oggi sembrano impossibili. Come quella pace di Margherita davanti al dolore della morte. Talora l'impossibile per grazia accade.

Fede e letteratura nei grandi autori del 900

Martedì, 15 Ottobre 2013 12:50 Pubblicato in Anno della Fede

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